Buongiorno professor Eric Hobsbawm, la chiamo per informarla che pochi minuti fa Giorgio Napolitano è stato eletto presidente della Repubblica.
‟Che bellissima notizia!”, risponde al telefono dalla sua casa londinese di Hampstead, quartiere della sinistra intellettuale, il grande storico marxista, nato nel 1917, l’anno della Rivoluzione d’Ottobre, e rimasto fino ad oggi comunista senza mai abiurare, pur con ansie, traumi e conflitti interiori. ‟Il mio amico Giorgo, presidente! Sono felice per lui, per il suo partito e per l’Italia. È un’ottima scelta”. Quindi l’89enne autore del Secolo breve s’informa se Napolitano ha ricevuto i due terzi dei voti o comunque un’ampia maggioranza. ‟Va bene lo stesso”, osserva quando gli dico com’è andata, ‟evidentemente nel clima politico attuale del vostro paese era difficile o impossibile ottenere una maggiore convergenza sul suo nome”.

Da quanto tempo conosce Napolitano, professore?
Da così tanto tempo che non ricordo più come ci siamo conosciuti. C’incontrammo negli anni ‘60 o all’inizio dei ‘70, da allora siamo rimasti sempre in contatto e tra noi è nata una vera amicizia.

Nel 1975 lei scrisse un libro con Napolitano, Intervista sul Pci. Come nacque quell’iniziativa?
L’idea fu di Laterza, che pensò di far parlare Napolitano sull’evoluzione del partito comunista italiano. L’editore domandò a Giorgio da chi avrebbe voluto farsi intervistare e lui indicò me, come studioso del comunismo, incluso il comunismo italiano, che seguivo con grande interesse. Ci ritrovammo per un lungo week-end nell’abitazione romana di Laterza e da quella conversazione nacque il libro.

Da allora sono trascorsi esattamente trent’anni, e Napolitano è il primo ex-comunista a occupare il Quirinale. Cosa ne pensa?
Penso che sia la scelta migliore possibile. Napolitano ha un’immagine molto positiva e sarà un ottimo presidente della Repubblica. È molto di più di un ex-comunista, come lei lo definisce: ha avuto sì un ruolo centrale nelle vicende politiche del suo partito, ma è stato anche una figura istituzionale di alto respiro, apprezzato da tutti per il suo ruolo di presidente della Camera e di ministro degli Interni. Direi che rappresenta la migliore tradizione dell’Italia.

Come valuta il suo percorso nel Pci prima, nei Ds poi?
Com’è noto, è stato un allievo di Amendola, cioè di quella aspirazione riformista all’interno del partito comunista italiano che molti hanno considerato il modo migliore per andare avanti, per evolversi in una moderna forza di centro-sinistra in grado di assumere il governo del paese. E lui, di questa aspirazione, è stato uno dei precursori, ha indicato la strada prima degli altri e ha aiutato il partito a imboccarla.

E privatamente, com’è il Napolitano che lei conosce?
Un uomo di grande intelligenza, civiltà e umanità. Affabile, colto, buono, con un tocco spontaneo anche nelle funzioni ufficiali. Ripeto, sarà un ottimo presidente e contribuirà ad affermare un’immagine positiva dell’Italia anche grazie alle sue conoscenze internazionali.

Berlusconi, tuttavia, si è rifiutato di votarlo e ha convinto il centro-destra a votare scheda bianca, sostenendo che non poteva votare per un comunista.
Una definizione francamente ridicola, non solo per Napolitano ma anche per il primo candidato avanzato da Prodi, cioè D’Alema. Un termine che dipinge l’odierna sinistra italiana come se vi militassero Stalin e Breznev. È questo, d’altronde, il gioco di Berlusconi: cercare di riproporre una contrapposizione politica da guerra fredda, al tempo in cui l’America metteva il veto alla prospettiva di un comunista al governo in Italia. Quel veto, per gli Stati Uniti, è già caduto nei ‘90, quando l’ex-comunista D’Alema diventò presidente del Consiglio: ma per Berlusconi vale ancora, che si tratti di comunisti o ex-comunisti.

Gli ex-comunisti italiani e i loro alleati parlano di formare un nuovo partito, un partito democratico che li riunisca tutti. Come giudica un simile sviluppo?
Il problema di Prodi è che guida una coalizione di forze piuttosto eterogenee. Riunificarle in un solo partito di centro-sinistra potrebbe garantire in futuro una maggiore stabilità, pur senza azzerare il dibattito interno. Ma è un’operazione complessa, non so quanto ci vorrà per realizzarla.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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