I tempi dell’allontanamento di Adriano Galliani dalla presidenza della Lega Calcio ricordano la rimozione delle macerie di guerra da alcuni centri storici italiani. Ci vollero interi decenni, come se quei cumuli di calcinacci rappresentassero comunque un solenne monito all’intemperanza umana, e nessuno se la sentisse di farli sparire. La strategia di Galliani, del resto, è stata fin qui geniale: improntata a una sorta di inerzia allegra. Mentre tutto attorno spariscono direttori sportivi, decadono arbitri, riparano all’estero centrattacchi, Galliani saluta molto giovialmente inquirenti e giornalisti, come se lui si fosse occupato, fin qui, di hockey su ghiaccio. Il crollo rovinoso di un intero sistema pare non riguardarlo minimamente, e all’aspetto stazzonato e contrito di tutti o quasi i coinvolti, lui oppone un sorriso da after-shave, tipico di quell’antica milanesità, alla Gino Bramieri, che induce a pensare che niente di più grave possa capitarci di un aperitivo in Galleria.
La sua contentezza spiazza tutti o quasi i protagonisti della vicenda, e perfino un tipo autorevole come il commissario Guido Rossi non deve avere avuto gioco facile. Pare che, per convincerlo a mollare l’osso almeno entro questo secolo, Rossi abbia fatto ricorso alla "moral suasion". Non credo che Galliani sappia esattamente che cosa sia, ma immagino che abbia chiesto di poter avere, insieme alla "moral suasion", anche olive e patatine.

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