Ha fatto in fretta Tommaso Padoa-Schioppa (col trattino, come centro-sinistra) a diventare il nuovo emblema dello Stato sanguisuga. I giornali di destra ululano allo scandalo, e versano nella pancia già ribollente dei loro lettori la solita broda avvelenata, con la parola "tasse" comunque sinonimo di cinica estorsione. Mentre a sinistra, messa nel conto la preoccupazione dei sindacati sulla natura dei nuovi tagli, ci si acconcia al solito vecchio ruolo dei lugubri esattori, dei guastatori di sogni.
D’altra parte, la sensazione di ogni italiano sveglio, da molti anni (almeno dai tempi degli allegrissimi sperperi dell’evo del Caf) è di vivere in un paese che ha rinunciato a servizi decenti, e a una mano pubblica severa, in cambio dell’arricchimento privato (di alcuni) e dell’evasione fiscale di massa, grazie a un tacito e scellerato patto tra la cecità dei cittadini e la demagogia di un potere a caccia di voti (vedasi la tanto lodata campagna elettorale di Berlusconi: un disgustoso rilancio di promesse bugiarde e per giunta riciclate). Siamo il famoso paese povero abitato da ricchi, o per dirla con Pasolini, il paese dello sviluppo senza progresso, dove aumentano la cilindrata delle macchine e i pollici dei televisori, diminuisce l’efficienza dei trasporti, della scuola, della sanità pubblica, della cultura. E dunque: qualcuno che lo dica, e mostri i cassetti vuoti, e denunci i progetti mai finanziati, ci dovrà pure essere, una volta ogni dieci o quindici anni. Purtroppo e per fortuna.

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