Com’è diverso, oggi, l’impatto degli scandali, rispetto allo sgomento che colse il paese intero quando esplose Tangentopoli. Persone si uccisero in carcere, per la vergogna oppure per rivendicare disperatamente la propria innocenza. Leader di partito si rivolsero in lacrime ai loro militanti, chiedendo perdono e promettendo pulizia. Si leggevano (e si scrivevano) i giornali con il fiato sospeso, con l’idea che ogni rigo di quella vicenda fosse Storia, un terremoto morale, una palingenesi sociale. Si ascoltava la voce dei giudici tremando, come se in un paese leggero e facilone avesse finalmente ripreso la parola il Padre.
Adesso tutto sgorga fuori come acqua reflua, con il normale tanfo dell’eterna quotidianità del potere. La richiesta di arresto di un ex governatore di Regione è quasi routine. I magistrati, sfibrati dalla micidiale, decennale campagna del partito degli inquisiti (che è anche il partito dei miliardi), paiono impiegati pubblici depressi, come gli insegnanti, e chiedono protezione ai cronisti. E si galleggia sugli scandali (calcio, sanità, Rai, casinò, appalti…) come in un mare familiare. È per via della famosa banalità del male: un nostro parente, forse un cognato.

Torna alle altre news >>