Giorni fa ho ricevuto il premio ‟Luce della Verità” dalle mani di un uomo che ho il privilegio di considerare amico, il leader tibetano Sua Santità il Dalai Lama. Il nostro incontro in occasione della cerimonia organizzata dalla International Campaign for Tibet (ndt, Campagna internazionale per il Tibet) dimostra che, a dispetto della nostra età avanzata, resta inalterata la nostra passione per la comprensione tra le fedi e tra i popoli.
Ma in comune abbiamo anche un’altra cosa: l’impegno per la fine dell’oppressione attraverso il dialogo pacifico. In Tibet è ancora oggi terribile la repressione. I tibetani sono persone profondamente devote e la loro religione è strettamente legata alla loro identità di persone. Monaci e suore continuano ad essere incarcerati e torturati per atti di pacifico dissenso o semplicemente perché proteggono la loro religione e la loro cultura che sono così importanti per il mondo intero, non solo per il Tibet. Il giovane monaco Choeying Khedrub è stato condannato all’ergastolo per la sua lealtà al Dalai Lama e per la sua presunta partecipazione alla stesura di volantini che inneggiavano all’indipendenza del Tibet. Altri tre monaci sono stati condannati a 12 anni di reclusione per il possesso di foto del Dalai Lama e perché pregavano per lui quando era malato.
È immensamente triste vedere l’ostilita’ del governo cinese verso il Dalai Lama. Di recente la Cina ha tenuto il primo Forum buddista mondiale. Sarebbe stata una splendida occasione per tendere la mano ai tibetani invitando il Dalai Lama a partecipare ai lavori del Forum. Dopo tutto il Dalai Lama è un eminente buddista conosciuto in Oriente come in Occidente e ammirato da moltissime persone. Un funzionario cinese ha detto, invece, che la sua presenza sarebbe stato un motivo di ‟contrasto”. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità.
Pur oppressi da oltre 50 anni, non ci sono attentatori suicidi tibetani né terroristi tibetani. Questo grazie alla salda guida del Dalai Lama, uno dei più grandi uomini di pace che il mondo abbia mai conosciuto, e all’importanza da lui data alla non violenza. Il consiglio del Dalai Lama è seguito da leader mondiali, capi religiosi di diverse fedi e cittadini tibetani che compiono un pericoloso viaggio attraverso i passi himalayani rischiando l’arresto, la prigione e persino la morte solo per trovarsi al suo cospetto.
Per il Dalai Lama, al suo 47° anno di esilio, questo è un momento critico nella storia del suo Paese. Nel 2002 è ripreso il dialogo tra gli inviati del Dalai Lama e il governo cinese dopo oltre un decennio di stallo diplomatico. Finora ci sono stati cinque incontri in Cina e a Berna, in Svizzera.
In Sud Africa sappiamo per esperienza che la strada del dialogo è costosa. Il capo della delegazione tibetana, Lodi Gyari, ha perso diversi membri della sua famiglia a seguito dell’invasione cinese del suo Paese. Deve essere stato difficile per lui stringere la mano e sedere allo stesso tavolo dei rappresentanti di un governo che sostiene di aver ‟liberato” il Tibet e che invece ha arrecato enormi sofferenze al suo popolo.
Di recente il Dalai Lama si è rivolto più direttamente e personalmente ai cinesi e ha chiesto di potersi recare in visita in Cina. Sarebbe un primo passo importante verso un futuro migliore per il popolo tibetano. Dobbiamo fare tutto il possibile per sostenere la sua iniziativa. In Sud Africa il governo dell’apartheid era molto forte, ma oggi non esiste più. Con il sostegno della comunità internazionale abbiamo ottenuto una grande vittoria sull’ingiustizia e sull’oppressione. Anche il coraggio e la determinazione dei tibetani avrà la meglio sull’intransigenza del dominio e della repressione, ma hanno bisogno del nostro sostegno e delle nostre preghiere.
Il premio che ho avuto l’onore di ricevere da sua Santità il Dalai Lama, in realtà, è un premio ricevuto a nome di quanti soffrono nel buio dell’oppressione, in particolare a nome della premio Nobel Aung San Suu Kyi e del popolo birmano. L’avidità di potere non può mai estinguere la fiamma della verità e della libertà. Ne sono una prova proprio il Dalai Lama e la stessa San Suu Kyi. © International Herald Tribune Traduzione di Carlo Antonio Biscotto
Desmond Mpilo Tutu

Desmond Mpilo Tutu

Desmond Tutu, premio Nobel per la pace nel 1984, è stato Arcivescovo di Città del Capo (Sudafrica) fino al 1996. È attualmente visiting professor presso la Emory University ad Atlanta. È stato a capo della Commissione per la verità e la riconciliazione, istituita da Mandela subito dopo la fine dell'apartheid.

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