Un Berlusconi molto sciupato e ingiallito, vagamente cinese, appare in fugaci istantanee, scampoli di tiggì, per rifare la vecchia tiritera della congiura contro di lui, e il Milan e Borrelli e su e giù e di qua e di là e la rava e la fava. Si sonnecchia per l’afa e si sorride appena. Invece si riprova ancora un brividino di sgomento quando aggiunge che lui comunque il Milan non lo mollerà mai, neanche in serie B, e non vende nessuno, e conferma tutti, e rilancia la sfida, e su e giù e di qua e di là e la rava e la fava. Si pensa allora al povero Milan come si pensava, fino a pochi mesi fa, al povero Paese, entrambi incatenati, come spose antiche, al destino del loro marito-proprietario, insieme sul trono e insieme sulla pira, senza tregua e senza margine di ragionevoli pause.
Difetta a Berlusconi, per essere davvero un grande, la capacità di mollare la presa, e farsi invidiare (e perfino voler bene) non per ciò che afferra con ingorda esultanza, ma per ciò che lascia andare saggiamente lungo la corrente del fiume. Lui non mollerebbe nella corrente nemmeno un bastoncino di mottarello (li colleziona). E il povero Milan dovrà seguirlo, tra tanti anni, anche nell’Ade. Compresi Kakà, il figlio di Kakà, i figli dei figli di Kakà.

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