Vedi come a volte è crudele la storia. In poco più di un mese la Lega nord, significativo movimento politico della fine del secolo scorso, ha perduto tutta intera la sua partita. Prima la caduta di un governo molto suo, poi la catastrofe del referendum sulla devolution, e infine i campionati del mondo di calcio, che hanno sepolto sotto uno strato micidiale di tricolore ogni residua velleità di contrapporre un’identità inventata, quella ‟padana”, alla sola vera identità nazionale che è quella italiana.
Proprio perché la Lega si autodefinisce popolare e popolana, i suoi militanti si saranno resi conto che se ogni angolo del Nord rigurgitava di bianco rosso e verde e cantava l’inno di Mameli, questo accadeva per puro moto popolare. Fracassone, sguaiato, spontaneo, inconfondibilmente italiano.
Milano, Verona, Torino, Trieste, ogni città del Nord presentava, l’altra notte, un umore e un’immagine esteriore identici a quelli del Centro e del Sud.
Stessi cori, stesse facce di Napoli e Roma, Palermo e Cagliari. Se, come disse dopo il referendum l’onorevole Speroni, ‟gli italiani fanno schifo”, sappia che il dato è molto omogeneo. Riguarda anche Busto Arsizio e Gallarate, dove s’è cantato l’inno nazionale proprio sotto casa di Speroni.

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