Capita perfino di tifare per Ricucci, quando è braccato dalle telecamere mentre esce di galera, e non esiste ragione al mondo che giustifichi questo genere di caccia se non il prezzo (alto) che la faccia della preda ha sul mercato della pubblica morbosità: sarà davvero dimagrito? Si vedrà che è depresso, sotto gli occhiali neri? Avrà pianto molto? Capita dunque di esultare per il carcerato Ricucci quando riesce a bucare con uno stratagemma il posto di blocco delle televisioni, e pazienza se ha dovuto aiutarsi con una ricca mancia a qualcuno, pazienza se essere un detenuto di potere lo ha avvantaggiato sui poveri cristi. Non si tratta, qui, di rendere pubbliche delicate vicende, e trame segrete che devono essere stese al sole, bene in vista, per neutralizzarne gli effetti velenosi. Non c’è diritto di cronaca, dovere di inchiesta, etica dell’informazione che regga: c’è solo un tipo che si è messo nei guai, e la folla che vuole vedere a tutti i costi che faccia ha uno che si è messo nei guai. E lui che scappa dalla muta di telecamere che lo fiuta, e cerca di morderlo. Si tifa sempre per gli evasi, anche nei film.

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