Il prossimo sabato 2 settembre, a distanza di due giorni dalla scadenza stabilita dalla risoluzione 1696 del Consiglio di sicurezza per la sospensione dell’arricchimento dell’uranio nei siti nucleari iraniani, il segretario generale dell’Onu Kofi Annan sarà a Teheran. Vi rimarrà un paio di giorni e avrà dei colloqui con i massimi dirigenti della Repubblica islamica. L’annuncio della sua missione in Iran è stato dato ieri nella capitale iraniana dallo speaker del ministero degli Esteri Hamid Reza Asef, che ha presentato l’eccezionale avvenimento come il segnale della disponibilità del suo paese al dialogo con l’Occidente sulla questione nucleare: "E’ giunta l’ora che l’Occidente metta da parte le sue ostilità preconcette nei nostri confronti e accetti di sedersi intorno ad un tavolo per cercare una via d’uscita dalle difficoltà. Anche perché abbiamo fornito delle risposte a tutte le richieste poste dagli Europei, compresa quella sulla sospensione del piano nucleare, a condizione però che sia negoziata".
Dal punto di vista dei dirigenti iraniani, dunque, siamo già nella fase successiva alla risoluzione 1696 del Consiglio di sicurezza (giudicata "illegale" dal presidente Mahmud Ahmadinejad) e la prossima presenza di Kofi Annan a Teheran ne sarebbe la prova più evidente. Viene innanzitutto dato per scontato che la scadenza del 31 agosto non segnerebbe automaticamente l’inizio delle discussioni all’Onu sull’imposizione delle sanzioni contro l’Iran, ma sarebbe l’apertura di un nuovo round negoziale, al termine del quale si potrebbe raggiungere un’intesa sulla sospensione del piano nucleare (si parla di un periodo di uno-due mesi), partendo dal riconoscimento del diritto degli iraniani a sviluppare la propria capacità nucleare.
Gli ayatollah contano sul ritrovato prestigio del segretario generale dell’Onu dopo la guerra in Libano e sulla potenzialità effettiva delle Nazioni Unite di poter svolgere a questo punto un ruolo significativo nella crisi nucleare iraniana. Teheran infatti potrebbe offrire non poco a Kofi Annan per ciò che riguarda la sorte della missione dei caschi blu in Libano e far valere la propria influenza sul movimento degli Hezbollah libanesi per ottenere la mediazione del vertice dell’Onu quando il suo dossier nucleare arriverà al Palazzo di vetro.
Fonti non ufficiali iraniane fanno sapere che nelle 21 pagine di risposta all’offerta dei "5+1" (Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna, più la Germania) nelle quali viene richiesta la sospensione dell’arricchimento dell’uranio in cambio di vantaggi politici ed economici, ci sarebbero alcuni allegati con la presentazione di oltre cento questioni relative al futuro del piano nucleare e alle intenzioni degli occidentali nei confronti della Repubblica islamica. Prima di accettare qualsiasi forma di congelamento dei suoi piani atomici, Teheran intende avere delle rassicurazioni per il futuro, in modo di non cadere nella "trappola delle trattative inutili", come sono state giudicate da Ahmadinejad quelle condotte per quasi un anno mezzo dalla troika dell’Ue (Francia, Inghilterra e Germania) con il suo predecessore, il riformista Mohamad Khatami.
A convincere gli ayatollah iraniani di poter superare quasi indenni la scadenza del 31 agosto posta dalla risoluzione 1696 sono la riluttanza della Cina e della Russia a votare le sanzioni contro l’Iran, ma anche le pressioni che potranno venire dagli alleati degli Stati Uniti sull’amministrazione americana per non far precipitare la situazione. Oltre la Cina, le speranze di Teheran sono riposte sul Giappone, sulla Germania, sulla Francia e in modo particolare sull’Italia, paesi consumatori del petrolio iraniano e fortemente impegnati con la Repubblica islamica negli scambi commerciali.
Non a caso ieri, nel suo settimanale incontro con la stampa, il portavoce del ministero degli Esteri Asef ha più volte sottolineato l’attenzione del suo paese nei confronti degli Europei, separando implicitamente il loro ruolo nell’affare nucleare iraniano da quello degli Stati Uniti. La stampa riporta inoltre con particolare rilievo le dichiarazioni del ministro degli Esteri italiano Massimo D’Alema che nella sua intervista a "Frankfurter Allgemeine Zeitung" rivendicava la partecipazione di Roma al gruppo dei "5+1" in nome dei consistenti interessi commerciali, oltre che strategici dell’Italia nei confronti dell’Iran.
Bijan Zarmandili

Bijan Zarmandili

Bijan Zarmandili (Teheran, 1941) dal 1960 vive a Roma, dove ha studiato architettura e scienze politiche. È stato per vent'anni fra i quadri dirigenti della sinistra iraniana in esilio e ha partecipato all'opposizione iraniana al passato regime dello scià. Ha cominciato l'attività giornalistica nel 1980, dopo la Rivoluzione islamica, ed è esperto di politica mediorientale per il gruppo Espresso-Repubblica. Ha pubblicato saggi sul mondo iranico e le biografie di Mohammad Mossadegh e dell'Ayatollah Khomeini (Cei 1974); Documenti di un dirottamento, sul caso dell'Achille Lauro (Eri 1988).

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