Se quell’entità metà tronfia metà scalcagnata che chiamiamo "Europa" sarà davvero in grado di organizzare una spedizione militare in Libano, e di amministrare con qualche costrutto quella situazione incancrenita, saremmo di fronte a una delle prime vere buone notizie da molto tempo a questa parte. "Notizia", tra l’altro, anche nel suo significato etimologico: novità. Qualcosa che spiazza i pregiudizi (anche quelli del mondo pacifista), modifica gli equilibri, e finalmente varia il copione immutabile della scena mondiale degli ultimi anni, Stati Uniti contro resto del mondo. O, se proprio preferite, resto del mondo contro Stati Uniti. Il solo fatto che una cosa chiamata Europa si manifesti in carne e ossa (e soldati) su uno scenario così delicato ha un valore simbolico enorme. Meglio non farsi troppe illusioni, ma già adesso è come se linguaggio e toni di tutti i protagonisti della crisi mediorientale fossero meno scontati del solito. Di fronte a un interlocutore nuovo, o perlomeno semi-nuovo, tutti aspettano di capire che cosa cambia (o non cambia), e le propagande contrapposte hanno sospeso, almeno in parte, le solite scontate tiritere. Già questo - riascoltare con un minimo di interesse che cosa si dice da un parte e dall’altra - è una sorprendente variazione sul disco inceppato dell’odio.

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