La dura questione della convivenza tra identità culturali differenti ci sta chiedendo di pagare un comprensibile prezzo di confusione, di smarrimento e di acredine. Ma è un tristissimo errore quello di chiedere alla comunità cingalese di Brescia di tenersi alla larga dal funerale della povera Elena, la ragazza uccisa da un immigrato dello Sri Lanka in un probabile raptus sessuale. Omicidi del genere non derivano certo dall’etnos, e tantomeno alle tradizioni di un popolo piuttosto che un altro. Sono tipici, piuttosto, della psiche maschile ammalata, e avvengono ovunque. Che l’assassino fosse cingalese, dunque, è del tutto irrilevante, anche se qualche cronaca irresponsabile e incolta ha voluto accostare questo delitto a quello del padre pakistano che ha sgozzato la figlia "troppo italiana": quello sì, un crimine dalle profonde radici etnico-religiose. Perché, allora, chiedere ai cingalesi e agli stranieri in genere di non testimoniare il loro lutto? E’un veto, questo, che suffraga in pieno la tesi di una matrice "etnica" della morte di Elena. Tesi falsa e pericolosa. Non si soffia sul fuoco.

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