Alle nove del mattino del 10 agosto scorso, quando i capi di Scotland Yard convocarono all’improvviso una conferenza stampa per annunciare l’arresto di 24 persone intenzionate a compiere un attentato ‟di dimensioni inimmaginabili”, un brivido corse per il mondo, facendo rivivere l’orrore e la paura dell’11 settembre 2001. Obiettivo dei terroristi, dissero quella mattina le autorità britanniche, era salire su dieci aerei in partenza dalla Gran Bretagna per gli Stati Uniti, facendoli esplodere in volo, con una sostanza liquida non riscontrabile ai controlli del metal detector, forse mentre sorvolavano città americane. Da allora sono trascorsi una ventina di giorni e l’inchiesta non ha rivelato molto di più: si sa che dodici degli arrestati sono stati effettivamente incriminati, altri otto vengono ancora interrogati, restando in carcere in base alle nuove leggi anti-terrorismo, e quattro sono stati rilasciati.
Il resto rimane coperto dal segreto istruttorio. A sollevare almeno un poco il velo di segretezza è arrivata ieri una lunga e accurata inchiesta del ‟New York Times”, che si può riassumere sostanzialmente così: la minaccia era seria, gli arresti vennero decisi dopo che alcuni dei presunti terroristi registrarono le rivendicazioni dell’attentato da rendere pubbliche dopo la loro morte suicida, ma apparentemente il complotto non aveva ancora raggiunto la fase finale e non è chiaro come e quando i complottatori lo avrebbero portato a termine. Qualcuno degli investigatori non è nemmeno sicuro se sarebbero riusciti a portarlo a termine, cioè se possedevano l’esperienza tecnica richiesta per fare detonare un esplosivo di quel tipo.
Queste ultime affermazioni trovano una conferma indiretta nel fatto che il livello d’allerta dichiarato nel Regno Unito, salito a ‟critico”, cioè al massimo grado, il mattino del 10 agosto, è successivamente sceso di un paio di gradini, fino a ‟serio”; ed è forse confermato anche dalle indiscrezioni apparse sulla stampa britannica secondo cui il mese prossimo verranno ridotte le nuove norme sul bagaglio a mano che è consentito portare a bordo degli aerei in partenza e in arrivo dalla Gran Bretagna, norme che hanno provocato caos, ritardi e disagi su molti voli. Questo non significa che il pericolo non fosse (e non rimanga) serio; né che un’altra cellula terroristica non stia portando avanti nell’ombra un piano analogo, in Inghilterra o altrove. Ma alcune affermazioni fatte nelle prime ore e nei primi giorni successivi all’arresto dei ventiquattro sospetti, scrive il ‟New York Times”, appaiono ora ‟esagerate”, imprecise, fuorvianti. Non ci sarebbero prove, ad esempio, che i terroristi volevano far saltare ‟dieci” aerei, né che il loro attacco avrebbe causato un massacro ‟inimmaginabile, senza precedenti”. La dinamica degli arresti e soprattutto il modo in cui furono annunciati diffuse l’impressione che i terroristi fossero stati fermati all’ultimo momento: poche ore dopo o al massimo il mattino seguente sarebbero saliti sugli aerei compiendo le loro stragi. Invece dall’inchiesta del ‟New York Times” risulta che non avevano ancora acquistato i biglietti e neppure deciso date o rotte dei voli.
Ciò non toglie, naturalmente, che con minacce di questo tipo sia consigliabile reagire per eccesso, piuttosto che per difetto.
La polizia aveva sotto controllo video e audio l’appartamento in cui si incontravano i membri della cellula: quando il 9 agosto due di essi filmarono la ‟rivendicazione suicida”, partì l’ordine di non aspettare oltre e arrestarli tutti immediatamente. ‟Voi ci bombardate e noi vi bombardiamo, voi ci uccidete e voi sarete uccisi”, lesse uno dei kamikaze, ripreso dal video, ‟Allah sarà compiaciuto dalla nostra impresa”. Poiché le leggi britanniche vietano la diffusione di materiale che può influire su un processo prima che questo avvenga, il ‟New York Times” avverte in una nota a fondo pagina di avere deciso di non distribuire ieri la sua edizione internazionale, l’‟Herald Tribune”, nel Regno Unito, e di non fare apparire l’articolo in questione, ricco di dettagli e particolari sulle indagini, nemmeno sul proprio sito Internet e su quello del ‟Tribune”.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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