Il luogo della strage è diventato un monumento. Un grido, un monito, una minaccia contro ‟il nemico sionista” e i ‟suoi alleati americani”. Dove, nella notte tra il 29 e 30 luglio si consumava il massacro più noto dei 33 giorni di battaglia tra Hezbollah e Israele, oggi si va in pellegrinaggio. Nella piazzetta a un centinaio di metri dall'edificio colpito dai missili israeliani, in cui morirono i membri delle famiglie Shalub e Hashem, è stata costruita una grande piattaforma in cemento grezzo con 28 cippi sormontati da una corona di fiori, le foto delle vittime, il nome e l'età. Per lo più bambini piccoli, come allora venne ripetuto all'infinito dai militanti del ‟Partito di Dio”.
Di fronte alle tombe dei civili, sotto la stessa piattaforma, sono stati interrati anche due shahib, come qui vengono definiti i ‟martiri” morti in combattimento. Sono Mahmud Ibrahim Hashem e Hassan Shalub, entrambi poco più che ventenni. Le loro foto, in cui sono ritratti in mimetica, con le barbe lunghe e il basco nero in testa, contrastano con quelle dei bambini con i vestitini sgargianti. Ma non importa: per chi viene a pregare, piangere e chiedere vendetta a Allah perché ‟cancelli presto Israele dalla faccia della Terra”, in realtà tutti questi morti sono ‟martiri” allo stesso modo. Il monumento, questa strana calma tra le macerie dopo tanta paura e violenza, l'aria resa già limpida dal languore autunnale tra le colline del sud Libano, le bandiere gialle e verdi di Hezbollah appese ovunque, sono tutti fattori che nell'immaginario collettivo servono a unire combattenti e bambini, soldati e civili, in un'unica catena di ‟resistenti” contro il nemico.
Torniamo a Cana mentre i mezzi del contingente italiano Onu percorrono le colline attorno per raggiungere la loro base designata. Cosa pensano degli italiani in questa che è considerata la roccaforte storica dell'Hezbollah? Vicino alle tombe, la prima a rispondere è una donna velata, pallida, ancora giovane, professoressa di inglese. ‟Ma a che ci servono gli italiani, o i francesi? Nulla. Sono quasi trent' anni che l'Unifil opera tra noi. E non è mai stato capace di fermare i crimini di Israele. Perché dovremmo credere a questa nuova forza di pace?”, grida rabbiosa. Un'amica le consiglia di non dire il suo nome.
‟Smettila, non parlare. Questo è una spia sionista. Tutti gli stranieri sono sospetti. Non ti ricordi quello che si presentava come un inglese e invece era un giornalista israeliano del Jerusalem Post?”, dice.
Ma è solo una voce. Il pensiero più diffuso tra l'Hezbollah è che comunque gli italiani sono ‟più che benvenuti”, figli di un Paese che, ‟grazie al fatto che Prodi ha preso il posto di Berlusconi”, è tornato a essere ‟molto vicino alla causa araba”. Lo esprimono bene un gruppo di leader religiosi sciiti riuniti sulla terrazza di un'abitazione vicina al monumento. Tra loro anche cinque imam, considerati l'autentico corpo dirigente del movimento, i suoi ideologi locali e i portavoce. ‟Abbiamo seguito con grande soddisfazione il cambio di governo nel vostro Paese. Berlusconi aveva stravolto la politica estera italiana, l'aveva resa schiava degli americani. Prodi ci capisce.
D'Alema è un uomo di cuore, la sua visita nei quartieri meridionali di Beirut assieme ai deputati di Hezbollah ci ha aperto gli occhi. Benvenuti gli italiani in Libano!”, esclama Mohammad Yassin, 56 anni, imam nel vicino villaggio di El-Abassieh. ‟Non dovete aver alcun timore per gli italiani tra noi. Nessuno torcerà mai loro un capello. Prodi ha anche avuto il coraggio di criticare la politica americana contro l'Iran e si è guadagnato il nostro massimo rispetto”, aggiunge Kamal Rahaiel, a sua volta imam di Aitah Ash Shaab, uno dei villaggi lungo il confine più devastato dai combattimenti.
Tutti concordano che il loro movimento sta in questo momento privilegiando la politica sulle armi. ‟Non vogliamo combattere. Ora si apre la fase politica”, dicono. Però aggiungono: ‟Ma non disarmeremo. Non ora. Non sino a quando Israele resta in Libano”.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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