La notizia arrivò improvvisa e fulminante: come un brusco colpo di vento sovvertitore in una stanza quieta. Dio era morto. Fu quindi la volta dell'Arte. E subito qualcuno tanto somatizzò quelle rivelazioni da concluderne che, be', sì, in fondo anche lui non si sentiva poi troppo bene. Quindi toccò all'Ideologia. Con la Militanza e l'Impegno. Liquidati. In breve, come dentro una sconsiderata vanitas a denti digrignati - alla Otto Dix - non si trovarono più neppure un loculo, quale che fosse, o una nicchia in un colombario, liberi. Nel frattempo erano mancati per contagio, via via, il Cinema (d'autore), la Musica (colta) e, presa da un sopore simile a catalessi, come diagnosticato da Pietro Citati, la Letteratura, benché ripetutamente scossa e strattonata, immobile dormiva. Senza dar segni di vita.
Con tali nobilissime premesse, un'innumerevole quantità di "sottoprodotti da indotto", si direbbe con termini traviati dal mestiere, cominciarono inevitabilmente a manifestare preoccupanti segnali di astenia. Inevitabilmente, appunto: poiché la sostanza del problema e di quella moria era già tutta lì, in quella prima, definitiva affermazione. Nonostante consolatorie rassicurazioni di principio, più o meno generiche, quali "Il prossimo millennio, o sarà religioso o non sarà": alla mezzanotte di quel fatidico, abusato passaggio, già del tutto fraintese e misinterpretate da qualsiasi bieco commerciante di mercanzia devozionale e di paccottiglia a sfondo confessionale.
Dunque, era già in quella funesta ma oggettiva premessa (Dio è morto) tutta intera l'ineluttabile, multiforme potenzialità pervasiva, come conseguenza contaminante, di quel concettuale morbo. E per lestofanti, furbi e pragmatici di mezzo mondo, gli occhi già lustri e ridenti, armati di forchetta e coltello, l'ora della 'grande bouffe' scoccò. Il mondo delle idee era stato trovato finalmente vuoto. Disabitato. Sfitto. Dunque. Neppure il tempo di riaversi dallo choc e già Natalia Aspesi, su 'la Repubblica', in un bellissimo articolo dedicato al genio di Balenciaga, senza alcuna prudente reticenza o ritrosia annunciava, come un fatto compiuto, l'avvenuta dipartita della Moda. Evidentemente, nella sua accezione più alta e sofisticatamente ideale: come trasposizione, cioè, e capacità retorica, protesi ideale e accrescimento evolutivamente intellettuale (comunque, ci si sarebbe continuati a vestire!). E non poteva che essere così, dopo tante voci allarmanti, anche molto autorevoli, una estenuante malattia - la ripulsa generale dopo tanta passione - e un'interminabile agonia - la sparizione dei Titani. Quindi, un semplice addio; senza troppe lacrime né fiori. Naturalmente, guai a chiederne notizie a chi, senza quei sei o sette, più o meno, appuntamenti di routine annui, non avrebbe avuto neppure un rigo da pubblicare sulla proprio testata. "Dio mio, che non lo sappia il direttore!". Perché allora, addio Milano, Parigi, New York e Londra. E per i più fortunati e imprescindibili, anche qualche vacanza estiva di supporto. No, per costoro la Moda non ha mai goduto miglior salute. Basta guardarsi intorno! Come identicamente, a cuor leggero, si dice in genere per il Cinema, all'apertura di un festival, o per le Arti, nelle fiere di stagione. Così come per qualsiasi altra desertificazione che non si voglia vedere. E invece è proprio lì, in questo genere di fraintendimenti, tra il commerciale e il sociologico (entrambi letture antitetiche alla Moda), una fra le più virulente concause del suo mortale malessere: aver confuso la Moda, appunto, con le sue contestuali ritualità strutturali, e la suprema, persino drammatica, sostanza delle sue arditissime, incomparabili metafore, con maneggi vestimentari da quattro soldi e con la gerontocratica inerzia della sua cerchia. Purché nulla cambi.
Dunque, benché di fatto fraintesa e, al fondo, soffocata da un eccesso di dissennato presenzialismo, no, la Moda non è morta per tutto ciò. Anche se evidentemente ne ha patito. Né per l'eccesso di onnivoro dirigismo di una qualche testata di settore, più o meno autorevole: lobbismo, affarismo, avidità e ingorda voracità. Con veri e propri sconfinamenti di campo, ruolo e competenze; sprezzanti di ogni più elementare codice comportamentale, deontologico e professionale. "Prima della lottizzazione, questo non era ancora il costume vigente; i burocrati, i piazzisti della poesia non avevano ancora esteso la delinquenza, né irrigidito la corporazione. Si poteva ancora respirare, scrivere poesie senza timbrare la marchetta. Ma dove si sarebbe finiti, lo si poteva già intravedere", scriveva Cesare Garboli in Il gioco segreto.
Quirino Conti

Quirino Conti

Quirino Conti (Amandola nelle Marche, 1951). ‟ ‘Stilista occulto’, come lo ha definito Natalia Aspesi. Intelligente, ambizioso, colto, pazzo per la moda, vive più vite, divergenti e parallele, con un costante pendolarismo tra la moda e lo studio, il teatro e il cinema, la religione.” Silvia Giacomoni, dal Dizionario della moda (2004). Laureato in architettura, è costumista e scenografo per Lattuada, Fellini, Welles e Proietti. Scopre l’alta moda nell’atelier Carosa della principessa Caracciolo e da allora collabora con molte grandi firme dell’industria della moda (Gft, Trussardi, Valentino, Inghirami, Maria Valentino e Krizia). Con Feltrinelli ha pubblicato Mai il mondo saprà. Conversazioni sulla moda (2005).

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