Woody Allen è il primo della lista in un lungo elenco di "ebrei traditori" stilata da un sito di ebrei nazionalisti. Gli si rimprovera, oltre alla comprensione per i palestinesi, la sua maniera caustica e spiritosa di trattare l’ebraismo, e in genere il suo intelligente scherno nei confronti delle ortodossie religiose e delle persone bigotte. Con Philip Roth (nel caso non aveste mai letto Il lamento di Portnoy: per carità, rimediate subito), Allen è uno dei più lucidi ed esilaranti narratori della sessuofobia familiare, e della sessuomania che ne discende. E un lettore o uno spettatore cattolico, per dire la verità, deve faticare ben poco per immedesimarsi... I suoi odiatori di estrema destra non lo sospettano nemmeno, ma Allen (e Roth) sono, in questo senso, infinitamente più ebrei di loro. Dialettica e confutazione sono alla base dell’ebraismo, e sono anche alla base dell’ironia. Viceversa, l’osservanza zelante e ottusa, che in tutte le religioni è comunque una penosa deriva, nell’ebraismo è particolarmente fuori posto. Allen, dunque, potrebbe di buon grado respingere al mittente la definizione di "ebrei traditori". Probabilmente, però, la parola "traditore" gli appare troppo ridicola per poterla usare senza sentirsi stupido.

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