Quando sono andato a dormire, dopo la notte bianca, ho fatto un sogno. Perché dopo la notte bianca, rimane anche il tempo di sognare. Anche perché non sono andato a letto tardi: sono in una fase intermedia particolarmente stressante e poco soddisfacente. Quando sono cominciate, le notti bianche, mia figlia era troppo piccola per partecipare. Così, la prima volta sono andato a fare una lettura in biblioteca, ho visitato un museo, ho visto un concerto nella cavea dell'auditorium, sono andato a mangiare in piena notte con amici, sono rimasto al buio all'improvviso. Tra qualche anno, mia figlia girerà fino al mattino con i suoi amici collezionando un numero di eventi visti che potrebbero anche stabilire dei record che potrebbero essere omologati dal guinness dei primati (anche il guinness dei primati è cultura). Ma adesso, adesso, è in quel periodo della vita che durerà qualche anno, in cui non è più piccola e non è ancora grande. In cui non vuole più stare a casa ma non ha nessuna autonomia. E quindi vuole partecipare alla notte bianca e quindi bisogna andare a vedere eventi che a lei possano piacere. E la questione più delicata ancora è che questi eventi ci sono. Durante la notte bianca c'è tutto. Nel pomeriggio, sono stato perfino al Globe a vedere uno spettacolino con Geronimo Stilton: c'era una fila di svariati chilometri e quando siamo entrati abbiamo assistito a delle canzoncine e alla fine mia figlia era molto scettica (figuratevi io).
Per la sera, abbiamo scelto gli acrobati a Piazza del Popolo. Abbiamo lasciato lo scooter alle spalle di piazza Venezia alle nove e siamo tornati a casa all'una; lo spettacolo degli acrobati sul filo è durato un quarto d'ora - un quarto d'ora molto bello perché un uomo e una donna sono saliti su un filo fino a un'altezza pazzesca e da lì hanno scalato delle aste che arrivavano nel buio del cielo e in cima alle aste, dondolandosi che sembravano volare, hanno fatto una serie di cose pericolose e armoniose e la quasi totalità degli spettatori (me compreso) era ammirata e angosciata, si teneva tutte e due le mani sulla bocca e pensava: oddio, adesso cadono. Ma non sono caduti. Il resto del tempo lo abbiamo trascorso cercando di farci largo tra piazza Venezia e Piazza del Popolo, all'andata e al ritorno, in un mare di gente.
All'una, in via Cavour, erano annunciate delle giraffe colorate, un altro evento molto attraente. Mia figlia voleva andarci, io ho inventato una serie di motivi apocalittici per cui quell'evento era stato annullato all'improvviso. Lei ci ha creduto e siamo andati a dormire.
Diciamoci la verità: chi se l'aspettava. Dico, fino a un po' di anni fa, chi se l'aspettava che un giorno - anzi una notte almeno, ogni anno - la città sarebbe stata invasa da ogni tipo di essere umano alla ricerca spasmodica, compulsiva, irrefrenabile di un evento culturale di cui cibarsi, che sia letteratura, arte, cinema, musica, teatro, installazioni e altre combinazioni varie. Chi se l'aspettava che non riuscivi a camminare per le strade quasi schiacciato dalla folla, e non era perlomeno capodanno oppure la vittoria del mondiale di calcio. E chi se l'aspettava che, nella sostanza, tutto questo apparisse anche eccessivo, sfinente, per molti versi insopportabile. Chi se l'aspettava una parabola così veloce per cui una concezione come la notte bianca fosse prima una cosa impensabile, poi una specie di sogno impossibile, poi una cosa realizzabile, dopo ancora realizzata e riuscitissima e alla fine anche difficile da tollerare.
Così pensando, mi sono addormentato. E ho sognato che vivevo in una Roma diversa, guidata da un sindaco incazzato e un po' fascista che quando sente la parola cultura se la ride, che se ne frega che un teatro storico muore, che ordina la chiusura a catena di varie sale cinematografiche e rimane indifferente davanti alle proteste di uno sparuto gruppo di persone indignate; un sindaco che senza nemmeno aspettare che tutte le case della letteratura, del jazz, del cinema eccetera vadano in rovina, convoca architetti per trasformarle in mattatoi e in qualche megafabbrica, casomai anche tossica. E mi sono svegliato bene, meglio di come ero andato a dormire. Rasserenato, rassicurato. Anche perché, nel sogno, io quel sindaco non l'avevo votato, ma avevo votato il suo avversario: colto, intelligente e con tante buone idee. Ma, grazie a dio, avevamo perso.
Francesco Piccolo

Francesco Piccolo

Francesco Piccolo, nato a Caserta nel 1964, vive e lavora a Roma. Collabora con quotidiani e riviste e scrive per il cinema. Ha pubblicato Scrivere è un tic. I metodi degli scrittori (minimum fax, 1994), L’Italia spensierata (Laterza, 2007); con Feltrinelli, Storie di primogeniti e figli unici (1996; premio Giuseppe Berto e premio letterario Piero Chiara), E se c’ero, dormivo (1998), Il tempo imperfetto (2000) e Allegro occidentale (2003, finalista premio Strega). Per Einaudi ha pubblicato La separazione del maschio (2008), Momenti di trascurabile felicità (2010), Il desiderio di essere come tutti (2013; premio Strega 2014) e Momenti di trascurabile felicità (2015). Per il cinema ha scritto film di Paolo Virzì, Renato De Maria, Michele Placido, Silvio Soldini e Nanni Moretti. Per i “Classici” Feltrinelli ha introdotto Tre uomini in barca (1997) di Jerome.

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