La sua formula è uno dei segreti meglio custoditi al mondo: tutti sappiamo che sapore ha, ma nessuno - tranne un nucleo ristretto di manager al quartier generale di Atlanta - sa esattamente cosa c’è dentro. Adesso tuttavia è saltato fuori qualcuno che non solo sostiene di avere svelato il segreto, ma afferma anche di esserne stato derubato, perché quegli ingredienti misteriosi erano suoi, o per meglio dire del suo popolo e per estensione dell’intero continente a cui appartiene, dunque pretende un indennizzo. ‟La Coca-Cola è africana”, tuona dalla Libia il colonnello Muhammar Gheddafi, che intervenendo a Sirte alle manifestazioni per l’anniversario della fondazione dell’Unione Africana ha sorpreso tutti rivendicano la paternità delle origini della bevanda più bevuta del pianeta. è stato verificato, ha detto il leader libico secondo l’agenzia nazionale Jana (senza peraltro spiegare "come" è stato possibile verificarlo), che le sostanze utilizzate per produrre la Coca-Cola provengono ‟da piante africane”, e di conseguenza ‟la Coca Cola, ma anche la Pepsi e le altre varie marche di Cola” sono africane. ‟Le multinazionali dei soft drinks ci devono risarcire”, ha concluso perciò il colonnello. "Bibita analcolica con estratti vegetali", si legge nell’etichetta di ogni bottiglia di Coca-Cola, ed è probabilmente a quegli ‟estratti vegetali” che Gheddafi si riferisce, affermando di sapere quali sono e da dove provengono. La sua sparata, come altre a cui ci ha abituati in trent’anni al potere, non viene per ora presa sul serio dai portavoce della Coca ad Atlanta, che dicono di non saperne niente e di non avere commenti. Del resto non si capisce nemmeno bene la logica del leader libico: se si lamenta perché le "piante" da cui è ricavata la Coca-Cola nacquero originariamente in Africa, rivendicazioni analoghe potrebbero sorgere altrove per i pomodori o le patate o magari per la mozzarella nella pizza. Non sarebbe una cosa seria, e può darsi che il colonnello non fosse completamente serio nel suo attacco a uno dei simboli dell’Occidente, dell’America, del consumo di massa. La chiave delle sue parole va forse cercata proprio in quello che la Coca-Cola simboleggia. Dai paesi attraversati dalla fiaccola olimpica (sponsorizzata dalla Coca) in occasione degli ultimi Giochi, a sette stati dell’India che l’hanno recentemente messa al bando, passando per movimenti no global, militanti dello slow food e antiimperialisti vecchia maniera, le crociate contro la bibita di Atlanta sono un fenomeno ricorrente: non meraviglia che risorgano in un momento di diffuso antiamericanismo. Paradossalmente, però, proprio ieri il presidente afgano Karzai ha lodato la Coca-Cola all’apertura del suo primo stabilimento a Kabul, come aveva fatto qualche mese fa l’Iraq, dove la bevanda con le bollicine è tornata dopo quarant’anni di assenza. ‟Bevi la Coca-Cola, che ti fa bene”, cantava in Italia Vasco Rossi. è vero che c’è chi, in opposizione ideologica agli Usa, preferisce la "Mecca-cola" o altre varianti autarchiche. Ma l’imitazione, insegnava Oscar Wilde, è la miglior forma di adulazione.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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