Incredibile ma vero, il ritorno in televisione di Santoro, al termine di uno dei più clamorosi casi di censura della storia repubblicana, arriva sui giornali venato di scherno, gossip, facezie sulla sua tintura per capelli, nella migliore delle ipotesi dissertazioni finissime sulla modulazione del linguaggio televisivo (ma chi se ne frega, tra l’altro). A me Santoro, tanto per chiarire, risulta parecchio indigesto. Ma ho acceso il televisore, l’altra sera, con l’emozione e con il rispetto che si deve a un pezzo di libertà che ritorna. E ritorna, tra l’altro, riempiendo un grande vuoto nel palinsesto, parlando di società, di sfruttamento e di caporalato, non di tinture per capelli. Di fronte a questa evidenza - una censura che finisce, una forma discutibile ma alta e seria di giornalismo che ritorna - mi domando che importanza abbia il fatto che Santoro sia presuntuoso oppure umile. Solo un paese cinico, e tutto sommato stupido, può riuscire a mettere tra parentesi la sostanza di una vicenda simile, e perdersi nella ciancia collaterale. La Rai, da ieri, grazie a Santoro e al suo staff, ha decisamente più peso giornalistico di prima: non basta? Non va bene? Avremmo preferito un Santoro non tinto, ma a casa sua a girarsi i pollici?

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