Le parole sono importanti sempre. Ma importantissime quando servano a descrivere situazioni che sono difficili da giudicare, e proprio per questo esigono di essere definite con particolare rispetto per cose e persone. Così cadono le braccia quando illustri telegiornali chiamano "nonne" le due signore (volonterose, e meritevoli di comprensione) che hanno portato con sé illegalmente la bambina bielorussa data in affido estivo ai loro due figli. Ancora più grave è chiamare "genitori adottivi" i due coniugi di Cogoleto, come mi è capitato di leggere e di sentire: un affido temporaneo non ha niente a che vedere con un’adozione.
Si intende che l’uso sventato (spero non doloso) di queste parole – mamma, papà, nonna – rivela, a volte, solo la fretta del giornalista che è costretto a semplificare. Ma si intende, anche, che l’uso di queste parole serve ottimamente a circonfondere di emotività la vicenda, rendendola più appetibile a un pubblico che (specie per via televisiva) viene sempre meno abituato a ragionare sulle cose e sui fatti, sempre più indotto a indignarsi o eccitarsi, piangere o ridere, sbraitare o addormentarsi di schianto, estenuato. Ci sarebbe, in teoria, la famosa deontologia professionale. Ma vuoi che a qualcuno venga in mente di usarla, di fronte a una parolina così dolce, così vendibile come "nonna"?

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