Che Romano Prodi, dopo il caos masochista di ordini e contrordini relativo alla finanziaria 2006, abbia perduto solo pochi punti di gradimento, in fondo è una notizia eccellente per questo governo. Poteva andare molto ma molto peggio.
Il vero problema, piuttosto, è che quei quattro punti in meno (ma sarebbe lo stesso se fossero stati in più) sono destinati a influenzare comunque le scelte presenti e future del governo Prodi come di qualunque altro governo. Una delle sciagure congenite delle democrazie moderne è che fare politica è diventato il mestiere di piacere, e di compiacere. Leggi impopolari (anche se necessarie) diventano, di fronte ai primi fischi, leggi da occultare o da edulcorare, perché il rischio è quello di non essere più rieletti. Specie in un Paese come il nostro socialmente pigro, profondamente conservatore, le classi dirigenti hanno paura di inimicarsi l’opinione pubblica tanto quanto il vecchio attore di cambiare il repertorio. Viene quasi da dire che la sola riforma istituzionale decisiva sarebbe il mandato unico per qualunque eletto: sindaco o presidente del Consiglio che sia. Sapendo già in partenza che non dovrà ripresentarsi agli elettori, forse riuscirebbe a governare senza l’ossessione dell’applauso, e il terrore dei fischi.

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