L’adolescenza dagli 11 ai 18 anni è l’età più problematica di tutta l’età evolutiva e attualmente la più disturbata. È il momento del distacco dal nucleo familiare, dei nuovi amici, della maggiore difficoltà scolastica. Delicato il primo distacco dalla famiglia, le prime amicizie, i nuovi compagni, gli amici del cuore, le prime esperienze amorose, le prime delusioni: è il periodo classico dei vari tipi di depressione.
A 18/19 anni c’è la paura del distacco, per l’entrata nella vita adulta. L’adolescente deve essere perciò aiutato, guidato, indirizzato.
Anche se abitualmente si dedica a interessi positivi come lo sport e la musica, bisogna capire e indagare se rincorre anche la droga sia come divertimento e curiosità iniziali, sia come ‟medicina” alle sue frustrazioni. Ma in Italia l'adolescente, dopo i 15/16 anni usa già l'alcool nelle sue varie forme.
Invano abbiamo gridato per anni che l'alcool è un distruttore delle cellule cerebrali: ricordando che nell'individuo normale ogni giorno vengono distrutte 50.000 cellule mentre nell'alcolista ne vengono distrutte più di 100.000. Ma purtroppo l'alcool è comunque entrato nelle abitudini dell'adolescente, che ne prova un finto e rapido sollievo, ne blocca la depressione e i pensieri negativi, dando gioia, allegria, speranza, coraggio e voglia di comunicare. Così l'alcolismo adolescenziale è fortemente aumentato negli ultimi 3-4 anni ed è salito alla ribalta in forma imponente sia come sostituto delle droghe o anche in seconda battuta dopo averle usate o contemporaneamente ad esse; e questo per tre ragioni principali: è a portata di mano, costa meno e ahimé non è illegale.
Non giunge all'etéreo della marijuana o al flash euforico dell'eroina ma dà ugualmente un senso di disinibizione sessuale, di liberazione dall'ansia e dalla depressione.
La lieve dissoluzione dell'io che ne procede aiuta a dimenticare le ‟cose brutte” e a prendere coraggio.
Oggi l'alcolismo adolescenziale è già un fenomeno grave. Secondo statistiche francesi il 20% degli adolescenti fa uso di alcolici in quantità nettamente superiore alla media. In passato si trattava di ubriachezza isolata, parossistica, prevalentemente individuale o a coppie; era un fenomeno della tarda adolescenza e della prima gioventù. Ora il fenomeno è più esteso, in alcuni paesi ha guadagnato generazioni più giovani, da individuale diventa di gruppo continuando nel tempo e quindi ci troviamo di colpo di fronte a gravi forme di lenta intossicazione data l'estrema vulnerabilità all'alcool delle cellule sia nervose che epatiche.
I ragazzi bevono in gruppo, il quale si forma spontaneamente: composto da adolescenti ora comprende anche molte presenze femminili. L'ambiente di provenienza è prevalentemente la media borghesia, mentre alcuni studi segnalano l'importanza del gruppo nel determinismo di questi fenomeni e le motivazioni che ne sottendono l'attività non hanno quelle forti implicazioni socioculturali o di rivolta che caratterizzavano un tempo il gruppo dei drogati i quali sono quasi sempre fortemente disturbati sul piano della personalità con un'intelligenza medio-normale nel quadro di forti disarmonie evolutive e immaturità dell'io la loro caratteristica è una mancanza di impegno nelle relazioni sociali, familiari e scolastiche e sembra contenere un'identità e una operatività dell'io che si esplicano, sotto l'effetto dell'alcool, in varie forme stimolando le competizioni del bere perché l'alcool stimola calore affettivo, spirito di corpo ed eventuale antisocialità.
Si ha così un mutuo rafforzamento tra gli effetti dell'ubriachezza e le intenzioni della banda; si aggiunga che in molti di questi giovani la sessualità affiora solo in un primo momento sotto l'effetto dell'alcool e ciò è un incentivo a continuare sino a raggiungere un'inevitabile dipendenza alcolica.
Tale dipendenza non è stata fin ora adeguatamente studiata come vorrei. Perché l'alcool come apparente sostituto della classica droga è una pericolosissima rincorsa verso quei 40.000 morti all'anno che le statistiche stanno ampiamente già superando.
E ricordiamoci che inizialmente sembra privo di grandi conseguenze ma rappresenta invece un pericolo che vede crescere esponenzialmente la sua nocività nel momento in cui sta diventando una moda patologica, soprattutto perché in molte subculture è ipoteticamente utilizzato come un antidroga.
Cosa aspettiamo a studiare una legge che possa anche solo per il 50% diminuirne le conseguenze letali? Proibirne la vendita ai ragazzi fino ai 21 anni eviterebbe un'enorme quantità di reazioni delinquenziali.
Giovanni Bollea

Giovanni Bollea

Giovanni Bollea (Cigliano Vercellese, 1913 - Roma, 2011), innovatore della neuropsichiatria infantile italiana del dopoguerra, si è formato a Losanna, Parigi e Londra ed è stato professore emerito presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Fondatore e direttore dell’Istituto di neuropsichiatria infantile di via dei Sabelli, primo presidente della Società italiana di neuropsichiatria infantile, promotore di innumerevoli iniziative a favore dell’infanzia, ha ricevuto la laurea honoris causa in Scienze dell’educazione dell’Università di Urbino nel 2003 e gli è stato conferito il premio alla carriera al Congresso mondiale di psichiatria e psicologia infantile e dell’adolescenza di Berlino nel 2004. Con Feltrinelli ha pubblicato Le madri non sbagliano mai (1995), che ha riscosso uno grandissimo successo, Genitori grandi maestri di felicità (2005) e ha scritto la prefazione a I no che aiutano a crescere (2003) di Asha Phillips.

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