Il figliol prodigo gli ha mandato a dire di essere pronto a chiedere perdono: ‟La scarpa che il coach mi tirò negli spogliatoi? Fu un incidente dopo una partitaccia contro l’Arsenal”, ricorda David Beckham. ‟Ma lo conosco da quando ero un ragazzino di dodici anni e in tutto questo tempo abbiamo avuto soltanto un paio di problemi”. Poi l’ex-capitano dell’Inghilterra, relegato sempre più spesso in panchina da quando Capello allena il Real Madrid, ha fatto capire che non gli dispiacerebbe tornare al club in cui ha giocato quindici anni, il Manchester United, sotto il tecnico a causa del quale se ne andò sbattendo la porta: sir Alex Ferguson. L’omaggio non poteva venire in un momento più adatto. Fra poco più di una settimana, all’inizio di novembre, saranno vent’anni che il leggendario allenatore è alla guida dei Red Devils. Nessuno ha vinto più campionati di lui, nella storia della Premier League inglese: otto titoli in un decennio magico, tra il 1993 e il 2003, accompagnati da un’indimenticabile Champions League, conquistata nel ‘99 ribaltando il risultato della finale contro il Bayern negli ultimi due minuti (gol di Sheringham e Solskjaer). Poi è sembrato che per Sir Alex fosse giunta l’ora del pensionamento. L’Arsenal del francese Wenger prima, quindi il Chelsea del portoghese Mourinho, hanno dominato il campionato. Beckham è emigrato in Spagna. La stella del Manchester United si è appannata. I suoi cinquanta milioni di tifosi in giro per il mondo, che ne avevano fatto la squadra più ricca del pianeta, hanno cominciato a comprare magliette di altre società. E la stampa inglese a scommettere che Malcom Glazer, il miliardario americano che due anni fa ha rilevato il Manchester United per un miliardo di euro, avrebbe presto sostituito il suo sergente di ferro, il burbero scozzese Ferguson, con qualcuno più giovane, moderno e vincente. Senonché, alla vigilia del ventennale, lui ha ricominciato a vincere. Con lo squillante successo per 2-0 di sabato scorso sul Liverpool, il "Man U" è ora in testa alla Premier League, a pari punti con il Chelsea, ma con migliore differenza reti. ‟I nostri giovani stanno crescendo, possiamo aspirare al titolo”, si è sbilanciato Ferguson. E intanto sono iniziate le celebrazioni per il ventesimo anniversario. Quando sedette per la prima volta sulla panchina del Manchester United, nel novembre 1986, il muro di Berlino era ancora in piedi, Nelson Mandela era ancora in prigione e l’Unione Sovietica faceva i conti con l’esplosione del reattore nucleare di Cernobyl. Vent’anni dopo, tante cose sono cambiate. Ma non tutte. ‟Il calcio di oggi è diverso”, dice Ferguson, intervistato per l’occasione dall’‟Independent”. ‟Una volta il problema era superare i fallimenti, ora il problema più difficile, specie per i giocatori giovani, è non farsi distruggere dal successo. Un’altra differenza è che, quando ho cominciato io, dovevo pensare a tutto insieme al mio vice e al massaggiatore, ora ho uno staff di trenta persone ai miei ordini. E’ tutto programmato nei minimi particolari, un vantaggio per molti aspetti, ma qualche volta si esagera, si elimina la spontaneità, l’entusiasmo. E poi ci sono i media, l’attenzione spasmodica, la caccia alle brutte notizie per distruggere persone famose, come sono i calciatori”. Ferguson ha dato molto al football, ma ha anche avuto molto: è il pallone che gli ha insegnato tutto? ‟No. Le mie convinzioni personali, il mio credo, vengono dai miei genitori, dalla mia famiglia, dal modo in cui sono cresciuto”. Dunque da Govan, sobborgo operaio di Glasgow, dove il giovane Alex cominciò a tirare calci a una palla nei primi anni Cinquanta. ‟Giocavamo nel cortile di casa, per ore, per giorni interi. La nostra vita era il football. Ma le lezioni più grandi me le diede mio padre. La puntualità: arrivava sempre in anticipo agli appuntamenti. La disciplina del lavoro: dopo una partita, mi faceva notare i miei errori, non le cose che avevo fatto bene. E l’umiltà. I miei non ebbero mai una macchina, abbiamo comprato il primo televisore quando io avevo 15 anni, ma non li ho mai sentiti lamentarsi. Adesso, siccome possiedo cavalli da corsa, qualcuno mi chiede se so andare a cavallo, ma non c’erano molti cavalli a Govan nella mia infanzia. Il lattaio aveva un cavallo. I minatori di carbone avevano un cavallo. Per lavorare, non per divertirsi”. Chi è stato il più grande calciatore che ha incontrato? ‟Bobby Charlton. Non solo perché ha giocato 700 partite con il Manchester United segnando 200 gol, ma per come si è comportato per tutta la sua carriera. Per la modestia, per l’impegno, per come ha sempre tenuto i piedi per terra”. E Wayne Rooney? ‟Wayne è il più forte calciatore 21enne che abbia mai visto. Ha giocato 100 partite nel Manchester United. Spero che ne giochi mille. Perché è arrivato nella squadra giusta e non avrebbe senso cercarne un’altra. Nessun dubbio in proposito”. Chi oserebbe contraddirlo? Quella squadra, da vent’anni, è la squadra di sir Alex Ferguson.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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