E in che stile?, replicò fulmineo Bernard Berenson alla notizia che il Messia fosse apparso a Pio XII, sanandolo dal patologico singhiozzo che lo squassava. Ma non era stata quella guarigione, evidentemente, a smuovere l'interesse del grande (anche nell'affarismo) storico dell'arte e connaisseur, quanto piuttosto l'impagabile possibilità, per un simile esperto di Stili, di conoscere attraverso quale oggettiva 'forma', in quel determinato momento espressivo, per mezzo di una narrazione formale, si fosse realizzata la comunicazione del divino con il Tempo.
Come è risaputo, infatti, sono solo i superficiali a diffidare delle apparenze e non di certo gli uomini di Chiesa. E addosso a un papa teologo e con un passato di inflessibile custode dell'ortodossia, un paio di spalle, ad esempio, rinforzate da vistose protesi di ovatta (spalline), improvvisamente diritte, squadrate, metaforicamente combattive e autoritarie (contro spalle stondate, per antonomasia - non solo nell'iconografia papale - pacificate, miti e arrendevoli, insomma, come dire, evangeliche!), non dovrebbero mai apparire, come su chiunque altro, né trascurabili, perché occasionali e fortuite, né tanto meno prive di conseguenze. Poiché negli Stili nulla è casuale, essendo lo Stile il non detto e l'indicibile della Storia; e raccontando, spesso limpidamente, ciò che essa non dice o, per convenienza, tralascia.
In effetti, nel caso di Benedetto XVI, tutto in apparenza sembrerebbe solo coincidere con un cambio di sartoria poi, pare, rientrato: papa Ratzinger lascia le forniture Gammarelli per tornarsene alla sartoria che, nei pressi di piazza San Pietro, da sempre si occupa delle sue venerabili vesti. Ma non sarebbe, questo, che un superficiale, grossolano errore di valutazione. Poiché, infatti, in quella imperativa e aguzza ristrutturazione, in quella perifrasi tanto ricorrente nei cicli della Moda, non si manifesta semplicemente una diversa interpretazione delle proporzioni del Santo Padre, quanto piuttosto, a ben vedere (forse persino inconsapevolmente), una nuova, mimata, espressiva valutazione del proprio ruolo e del relativo rapporto, da quella cattedra, con la Storia e con il mondo.
La grande marcia era iniziata, più o meno attorno agli anni Settanta, quando - i dettagli sono la sostanza dei mutamenti - dalle maniche di una 'talare' esatta e stiratissima come non se ne vedevano più in giro, erano sbucati, inattesi ma soprattutto ingiustificabili nell'asciutto amore per la sobrietà evangelica rifiorito da quell'assise, due alteri, candidi, polsi doppi - praticamente in disuso, nella laicità, perché dissonanti con la disinvolta casualità di quegli anni - con tanto di blasonatissimi gemelli d'oro.
Era dall'Opus Dei e dalla Spagna di Franco che arrivava quel sussiegoso dettaglio veteroclassista così poco umile. E dall'uso provocatoriamente antimoderno dell'Opera di tornare a vestire (o ad addobbare) i preti con quell'abito dismesso. Per inciso, tanto poco apostolico da derivare, più prosaicamente, direttamente dall'inquartata settecentesca che chiunque a quel tempo, clero compreso, indossava su camicia con fiocco, gilet e culotte, né più né meno come una giacca. Ma per i compunti, arcaicizzanti seguaci di Escrivá de Balaguer l'uso della 'talare' in un panorama di confortevoli clergyman e di fogge cosiddette civili - perfetti invece per impastarsi nella realtà e nel Tempo senza alcuna prudente riserva - quell'abito antiquato, per certi versi respingente, era divenuto l'inconfondibile segnale di un dissenso e di una distanza. Da tutto ciò che nel Concilio si era dibattuto e deliberato. Di fatto, in pratica, il più netto rifiuto di quanto, con una formulazione che farà molta strada, era ed è ancora chiamato con spregio 'la Chiesa di sinistra'.
E quel pio clero che non disdegnava neppure il cilicio (oltre a ottime frequentazioni nella più ricca e titolata società internazionale) amava apparire, come una casta a sé, in un 'ordine' formale che si esprimeva attraverso teste elegantemente pettinate, altissimi colletti, spalle ben in vista e questa vieta citazione di classe che, sotto quella veste nera automortificante, voleva probabilmente alludere a una seconda pelle e a un'anima particolarmente predisposta alle banche, agli affari, al potere e alle élite in genere. Soprattutto se aristocratiche.
Quirino Conti

Quirino Conti

Quirino Conti (Amandola nelle Marche, 1951). ‟ ‘Stilista occulto’, come lo ha definito Natalia Aspesi. Intelligente, ambizioso, colto, pazzo per la moda, vive più vite, divergenti e parallele, con un costante pendolarismo tra la moda e lo studio, il teatro e il cinema, la religione.” Silvia Giacomoni, dal Dizionario della moda (2004). Laureato in architettura, è costumista e scenografo per Lattuada, Fellini, Welles e Proietti. Scopre l’alta moda nell’atelier Carosa della principessa Caracciolo e da allora collabora con molte grandi firme dell’industria della moda (Gft, Trussardi, Valentino, Inghirami, Maria Valentino e Krizia). Con Feltrinelli ha pubblicato Mai il mondo saprà. Conversazioni sulla moda (2005).

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