Seguo da decenni le polemiche, le dichiarazioni, le epistole, le dimissioni del senatore Cossiga: al punto da potermi dire, pur non conoscendolo di persona, quasi un suo parente, tanto intensa e costante è la sua presenza nelle cronache della prima, della seconda e prossimamente della terza Repubblica. Peccato che, nonostante mi ci applichi, quasi mai io riesca a capire di che cosa esattamente trattino, che cosa significhino davvero, che conseguenze abbiano le gesta di questo nostro valoroso contemporaneo.
Credo che questa mia nebulosa percezione di una materia così pregnante, quale è senza dubbio la vita politica di Cossiga, dipenda dal fatto che tutto o quasi lo svolgimento della stessa sia strettamente interno alle misteriose logiche del potere. Dico proprio il potere in senso stretto, quello dei palazzi e perfino dei corridoi, delle scrivanie, delle salette d’attesa, quello dei fascicoli e dei dossier che si accumulano in remote scansie custodite da generali e colonnelli, poliziotti e carabinieri, agenti segreti civili e militari, probabilmente anche guardie forestali e pompieri. Ammiro, dico sul serio, la serietà e la passione con le quali il senatore Cossiga si applica in polemiche e confutazioni circa questi papiri, questi alti burocrati, questi reconditi luoghi delle istituzioni visibili e di quelle underground. Solo che non ce la faccio, ecco, a seguirlo, e ne approfitto per scusarmi con lui.

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