Piace molto ai nuovi tradizionalisti il ritorno alla Messa in latino, e si capisce. Infinitamente più bella e sonora, segno di quel sacrum che per muovere gli animi ha da essere misterioso e ineffabile, litania cara alla memoria d’infanzia. Infine, efficacissima concorrenza alle tiritere magiche arrivate, con i bastoncini di sandalo, dall’Oriente import-export.
Va da sé che la mossa latina intende mettere in scacco, e per sempre, la generosa e pasticciata stagione della Chiesa assembleare, dei tamburi e delle chitarre attorno all’altare, della parola massificata e annacquata per volgerla al popolo, anzi alle masse, in forme capibili e prosaiche. La parola di Dio si verticalizza nuovamente per la gioia degli esteti, e anche noi miscredenti, quando incappassimo nel rito dei cristiani, potremo goderci lo spettacolo di un pensiero forte trionfante nell’epoca dei discorsi deboli. Rimane il dubbio, naturalmente, che quel tanto di volgare e "facile" che la Chiesa giovannea, ecumenica e pop, volle imprimere alla sua missione, sarà infine disperso da questo papato neo-aristocratico. La democrazia, oramai lo sappiamo tutti, è una semplificazione non esente da rischi di banalità. Però: è democratica, e prima o poi finirà per mancarci.

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