‟E se quel figlio di puttana di Franco muore
E se quel figlio di puttana di Franco muore
Quando passi dalla sua tomba
non dimenticare di sputarci sopra
Quando passi dalla sua tomba, non dimenticare di sputarci sopra”
Erano le parole che cantavo insieme a tanti ragazzi latinoamericani negli anni Sessanta, quando almeno io non avevo ancora subito sulla mia pelle e sull’enorme corpo del mio popolo le angherie che è capace di infliggere un figlio di puttana dotato di potere.
Lo cantavo, allora, con gioia e spensieratezza, senza avere nessun presentimento su quello che il futuro ci avrebbe riservato in quanto a tombe e sputi ed emuli di Franco.
In ogni caso, non è stata quella canzone della guerra civile spagnola a tornarmi in mente quando domenica 10 dicembre ho ascoltato con stupore la notizia che il generale Augusto Pinochet Ugarte aveva finalmente smesso di respirare. Mi sono ricordato invece di una frase che, oso immaginare, in quel momento avranno pronunciato a bassa voce tutti i cileni. Ci è riuscito ancora una volta, ci siamo detti. Le sue vittime lo hanno pensato in preda allo sconforto e alla rabbia, i suoi sostenitori con ironia e arroganza, ma tutti hanno pensato la stessa cosa: ancora una volta, il generale è riuscito a sfuggire alla giustizia.
Tutti i cileni l'hanno pensato, o meglio: tutti tranne un ragazzo, Francisco Cuadrado Prats, che in silenzio ha deciso che non era possibile che l'ex dittatore se ne andasse senza aver ricevuto nessuna punizione, per quanto simbolica e minima. Allora ha partecipato alla veglia funebre del generale, ha atteso per ore in fila tra migliaia di fanatici e quando alla fine si è trovato di fronte al cadavere, con una calma assoluta e un'altrettanto assoluta deliberazione, ha sputato sul vetro del feretro da cui si intravedeva il volto di Augusto Pinochet.
La storia di questo ragazzo è in un certo senso quella di tutto il Cile e probabilmente anche quella di ogni paese sottoposto a delle repressioni traumatiche che spera che la scomparsa dell'emblema di quella repressione porti sollievo, segni un nuovo inizio.
È una storia che comincia almeno per me trentatré anni fa, alla fine dell'agosto del 1973, quando il nonno di Francisco, il generale Carlos Prats González, era comandante in capo dell'esercito cileno. Sapendo di non essere in grado di fermare il colpo di stato che si stava tramando contro Salvador Allende, si dimise dalla sua carica e consigliò come suo sostituto il più leale dei suoi ufficiali, un individuo che aveva protetto e sostenuto per tutta la vita, il suo buon amico... Augusto Pinochet.
Allora lavoravo al palazzo presidenziale di La Moneda e ricordo ancora la gioia e l'entusiasmo che provammo quando Allende chiamò Pinochet a guidare l'esercito. Nel corso di una piccola cena di addio per Prats (se non ricordo male era il 5 settembre 1973) il nome di Pinochet era sulla bocca di tutti. ‟Questo Pinocchio”, come lo chiamava con un sorriso burlone Fernando Flores, ministro segretario generale del governo di Allende, era una persona di cui ci potevamo fidare, un generale fedele alla costituzione che avrebbe salvato la democrazia, che avrebbe saputo tenere a bada la catastrofe imminente. Tra i presenti alla festa c'erano anche i due ultimi ministri della difesa di Allende, José Tohá e Orlando Letelier. Anche loro assicuravano che il loro ‟amico” Augusto, il buon Augusto, era la persona adatta a salvare la repubblica.
Una settimana dopo Allende era morto, Tohá e Letelier erano in carcere e Prats e sua moglie Sofía Cuthbert partivano per l'Argentina, diretti verso un esilio incerto.
‟Questo Pinocchio”, il buon Augusto, aveva tradito il suo presidente, i suoi amici e il suo paese.
Ma quel tradimento non era abbastanza per il nuovo padrone del Cile. Doveva disfarsi di quelli che avevano creduto nella sua nobiltà d'animo, nei testimoni della sua doppiezza. Tohá ‟si suicidò” in una prigione cilena pochi mesi dopo il colpo di stato, Letelier fu ucciso al Sheridan Circle di Washington nel 1976 e Prats e sua moglie furono uccisi da una bomba piazzata dagli agenti segreti del dittatore in una strada triste di Buenos Aires.
Francisco Cuadrado Prats aveva solo sei anni quando gli dissero che i nonni erano stati uccisi in un paese straniero. Negli anni che seguirono avrebbe visto da vicino e da lontano come a tanti altri cileni sarebbe toccata la stessa sorte di Carlos Prats e Sofia Cuthbert. Altri individui torturati, scomparsi, esiliati, giustiziati dall’uomo che era stato il grande amico di suo nonno, che gli aveva regalato i soldatini per giocare. Ma non ci fu spazio solo per lo sconforto. Il nipote avrebbe anche visto nascere il gigantesco movimento di resistenza del Cile, avrebbe partecipato poco a poco all'incessante mobilitazione che alla fine sconfisse il dittatore e restituì al paese, nel 1990, la democrazia perduta. Pinochet, dall'enclave autoritaria che si era costruito e dalla sua posizione di comandante in capo dell'esercito, continuò per altri otto anni a ostacolare e a frustrare la realizzazione di un pieno stato di diritto. Mise in guardia i leader liberamente eletti dal popolo: se avessero osato toccare anche uno solo dei suoi uomini, si sarebbe ancora una volta sollevato. Sembrava inverosimile, quasi inconcepibile, che il generale fosse processato per i suoi crimini.
Fu allora che, nel 1998, arrivò il miracolo della detenzione di Pinochet a Londra. Fingendo la demenza riuscì a non essere estradato in Spagna (anche se i lord inglesi stabilirono che esistevano ragioni sufficienti per processarlo per crimini contro l'umanità), ma al suo ritorno in Cile la sua influenza era notevolmente diminuita e il paese non lo temeva più come prima. Il potere giudiziario complice e i politici contriti che avevano giurato davanti al mondo intero che in Cile c'erano le condizioni per sottoporlo a un processo dovettero mantenere quella promessa. Tra le numerose cause per violazioni dei diritti umani c'era anche una richiesta di estradizione in Argentina per l'omicidio di Carlos Prats e di sua moglie (richiesta che, per uno sciocco cavillo legale, fu rifiutata). In ogni caso ormai non era più così importante, perché gli avvocati di Pinochet, all'ombra del letargo quasi negligente di alcuni giudici e facendosi scudo del disinteresse dei cauti politici cileni, riuscirono a rimandare più volte i processi, per cui al momento della sua morte il generale non era mai stato condannato ufficialmente.
L'impunità di cui godette Pinochet in vita non è cambiata con la sua morte. La presidente Michelle Bachelet, che aveva subito in prima persona la tortura e il cui padre, generale delle forze aeree, era stato ucciso, si è opposta ai funerali di stato per il despota, ma non ha potuto impedire che l'esercito gli riservasse gli onori militari.
Per il nipote di Prats è stato troppo.
‟Quando passi dalla sua tomba, non dimenticare di sputarci sopra”.
Confesso che non sono più l'adolescente infuocato che cantava quella canzone. A decine di anni di distanza mi mette a disagio l'idea di sputare su un corpo inerte e indifeso - anche se è il corpo del responsabile della scomparsa di tanti amici e compagni, anche se è il corpo che, da vivo, mi ha causato più dolore al mondo... Credo che ci sia qualcosa di sacro, una strana vulnerabilità, che circonda e protegge persino il più miserevole, il più abietto dei morti.
Ma chi può rimproverare Francisco Cuadrado Prats? La sua è stata una ribellione così minuscola, durata qualche secondo, fatta di poche gocce di saliva, e tuttavia ha parlato a gran voce per i nonni agonizzanti e per tutti i corpi umiliati e scomparsi in Cile, per tutti quelli che sono morti senza ricevere sepoltura, senza una preghiera o una cerimonia di addio. Ha espresso quanto milioni di cileni avevano sognato per il giorno della morte di Pinochet, quello che alla fine solo uno di noi ha osato fare.
Mi sarebbe piaciuto chiudere questa storia con questo gesto di dignità, di coraggio e di memoria.
Invece mi rimane da scrivere un epilogo insolito.
Anche Pinochet aveva un nipote, un ufficiale dell'esercito cileno. Anche lui ha sentito la necessità di rivendicare l'onore del nonno, anche lui ha pensato che era stata commessa un'ingiustizia rifiutando a quell'uomo a cui voleva tanto bene i funerali di stato. In un discorso non programmato, di fronte allo stesso feretro su cui aveva sputato Francisco Cuadrado Prats, il capitano Augusto Pinochet Molina, ignorando tutti i regolamenti militari, si è lanciato in un'appassionata difesa della vita e delle opere del nonno, denunciando il potere giudiziario e implicitamente il governo democratico. Il giorno dopo è stato dimesso dall'esercito. Ma le sue sono state le parole più applaudite delle esequie. Il nipote del dittatore ha argomentato con arroganza ciò che molti devoti del generale morto, dentro e fuori dall'esercito, credono nel loro profondo ma che non osano esprimere così chiaramente: Pinochet è la figura che ha segnato di più gli ultimi cent'anni del Cile e uno dei massimi eroi mondiali del ventesimo secolo, un uomo che ha salvato la sua patria dal comunismo e l'ha traghettata verso il neoliberalismo dell'economia di mercato. Le sofferenze reali o immaginarie delle vittime di questo processo di modernizzazione importano poco, secondo questa gente, perché sono solo il dolore inevitabile che accompagna la nascita di qualsiasi mondo nuovo.
Ecco la storia profonda del Cile, raccontata dai due nipoti di generali contrapposti, ai due lati dello spettro politico, che hanno infranto il protocollo della morte, il patto ufficiale su come bisognava dare l'addio al generale che metteva in imbarazzo la classe politica. Per raggiungere una vera riconciliazione nel mio paese il nipote di Prats dovrebbe dimenticare la morte dei suoi nonni, rinunciare a qualsiasi desiderio di giustizia, tradire le fonti più eminenti della sua identità ferita. Oppure il nipote di Augusto Pinochet dovrebbe accettare il fatto che suo nonno fosse un assassino, dovrebbe fermarsi davanti al suo cadavere per chiedere scusa per il dolore inflitto a tanti compatrioti da quell'uomo morto. Perché ci fosse un barlume di vera riconciliazione in Cile, questo capitano dal nome di Augusto e Pinochet dovrebbe aver purgato quei nomi che porta nell'unico modo possibile: facendo una pulizia pubblica della sua coscienza.
Nessuno dei due nipoti potrà farlo. Francisco non si pentirà mai del momento in cui ha sputato sul cadavere dell'imitatore di Franco, l'uomo che uccise i suoi nonni; Augusto non si pentirà mai di ciò che ha detto, non rinnegherà mai la certezza che suo nonno dovrà essere rivalutato per le generazioni future.
La cosa che fa più male è pensare che in Cile c'è stata un'epoca, molti anni fa, un tempo così lontano da sembrare quasi mitico, in cui i loro nonni magari sognavano che questi ragazzi si potessero conoscere, giocassero insieme. È sconfortante pensare che c'è stato un tempo in cui questi due nipoti avrebbero potuto essere, forse, amici per la pelle.
Traduzione di Sara Bani.
Ariel Dorfman

Ariel Dorfman

Ariel Dorfman (1942), narratore, scrittore di teatro, giornalista e poeta cileno, fu costretto all’esilio dopo il golpe militare del 1973. Attualmente vive fra gli Stati Uniti e Santiago del Cile. È considerato uno dei più importanti autori cileni viventi. Con Feltrinelli ha pubblicato Memorie del deserto. Viaggio attraverso il Cile del Nord (2005).

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