La povera modella sudamericana bloccata all’aeroporto di Catania con cento ovuli di coca in corpo è un simbolo davvero ineguagliabile del peggio dei nostri anni. La storia suggerisce la totale precarietà di censo e di prospettive (oltre che di etica, ma questa è solo una logica conseguenza) di una ragazza che i giornali si ostinano a definire, con involontaria crudeltà, "top model", pur essendo una sfigata che rischia la pelle per quattromila miserabili euro. E proprio in questa dittatura scema e crudele delle apparenze risiede tutta l’ipocrisia di un mondo - il nostro, dannazione - che occulta la sostanza incerta e acre delle vite di molti, dentro un involucro di finta crapula, di bella vita, di facili successi. La disgraziata, con il suo pieno di milioni di dollari, è caduta nelle braccia della polizia implorando aiuto, terrorizzata dall’ipotesi che anche uno solo dei suoi ovuli malefici, aprendosi, potesse farla morire. Possiamo augurarle di trovare un giudice pietoso. E poi, passata la paura, di trovare la forza di prendere a ceffoni chiunque la chiami "top model", deridendo la sua fatica di campare e la sua paura di morire.

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