Lungo le pagine del nostro giornale, in questi giorni, si aggira un nume benefico. È una celebre e bellissima fotografia di Eduardo De Filippo da vecchio, un tracciato di rughe che (rubo le parole a Tullio Pericoli) sembra il paesaggio di una vita. Lo sguardo distratto che conservo per le pubblicità di ogni ordine e grado in questo caso si incanta. Ma un poco, anche, si sgomenta: perché accanto al piacere umano che suscita l’evocazione di quell’uomo da vecchio (evidentemente si è meritata quella faccia impareggiabile), colpisce come un maglio una sensazione di totale, irrimediabile anacronisticità. Nell’iconografia contemporanea, specie quella pubblicitaria, le rughe non si portano più. La pialla del lifting, e la maschera del cerone, occultano la vecchiaia (cioè la storia della vita) come se fosse uno scandalo. Le espressioni, le fisionomie ne escono cancellate. Una volgarissima giovinezza posticcia sfratta dai volti famosi gli anni, e insieme agli anni la persona stessa. Così la faccia di Eduardo fa lo stesso effetto che il nudo, inflazionatissimo, non produce più: l’effetto di una rivelazione, e di una liberazione.

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