Mi piace il mare e lo dico come lo direbbe chiunque. Mi piace la vita che non ha radici, ho una profonda ammirazione per le correnti e i vagabondi. Mi piace, di mattina, girare per il mercato di piazza Testaccio, sentire la fretta degli altri, che non mi tocca, non mi può toccare, non mi deve toccare. Queste sono le cose che mi piacciono e a volte, per fortuna, sono le cose che mi piacciono che mi conducono a un incontro: "Il salotto del pesce di Roberto e Antonietta Frollani". È curioso dire "Il salotto del pesce", verrebbe voglia di chiedere il perché di quel nome, poi basta parlare con i titolari e si capisce da sé. "Il salotto del pesce" come tutti i salotti ha a che fare con chiacchiere casalinghe. Il banco esiste da più di mezzo secolo, lo gestiva il padre di Roberto, Roberto aveva quattordici anni quando ha cominciato a lavorare qui, non aveva voglia di studiare, però il rimpianto dei libri non ce l’ha, non lo puoi sapere come sarebbe andata, potevi pure essere dottore e infelice.
Roberto ha i capelli bianchi, gli spuntano come ciuffi ai lati del berretto. Si alza all’una di notte, verso l’una e mezza raggiunge i mercati generali, carica il pesce e va a piazza Testaccio a preparare il banco. Ha la voce grossa, una voce che si ribella al sonno. ‟Ti posso fare un’intervista?” gli chiedo. ‟Parla con mia moglie” risponde svelto e me la indica. Roberto è un tipo schivo e placido, è uno di quegli uomini che si consegnano alla propria donna e lavorano nelle retrovie, uno di quegli uomini per cui la parola è femmina e il silenzio è maschio. Il suo pesce preferito è il pesce spada, un pesce gagliardo, inequivocabilmente virile. Non ha voglia di chiacchiera Roberto e per giustificarsi dice ‟è dall’una che sto in piedi”, può fregare me, ma la moglie non la frega ‟macché sonno e sonno, lo chiamano l’Orso!” spiega lei.
È Antonietta a raccontarmi di quando si sono conosciuti, lui aveva diciassette anni, lei sedici. Lei lavorava in un alimentari, lui andava lì ogni giorno a farsi preparare un panino per pranzo: salame e formaggio. Tutti i giorni lui entrava e chiedeva quel panino: salame e formaggio. Comincia così il sentimento di lei, imparando i gusti dell’altro e cercando di tenerli a mente. ‟Non gli piacevo neanche io, gli piaceva la cassiera” ammette dopo quasi trentotto anni di matrimonio. ‟Poi per fortuna è morta” aggiunge ridendo e anche a me scappa da ridere. ‟E fa niente se piacevo al principale. A me mi piaceva lui. Chi l’avrebbe mai detto. Mio padre era ferroviere, aveva avuto il trasferimento a Licata e lì il pesce si comprava avvolto nel giornale. Io ero piccola e dicevo a mia madre: un pescatore non me lo prenderò mai. Non mi piaceva l’odore del pesce, se mia madre lo cucinava di sera me ne andavo a letto prima per non sentirlo. Mi sono abituata all’odore, al suono delle cassette di polistirolo. I primi tempi sentivo quel suono e serravo i denti. Adesso ho imparato”. Usa spesso il verbo "imparare" Antonietta: s’impara a mangiare il pesce, s’impara a non serrare i denti, s’impara a stare nelle cose, a rispondere con l’amore al disagio. Antonietta ha imparato che il pesce più bello è la triglia, "pare una pittura", e il pesce più brutto è la pescatrice, è tutta capo, "la testa può pesare anche sei chili". Sai che noia essere tutta capo.
Alle sei e mezza arrivano i primi clienti: sono quelli che non badano al prezzo, quelli che vogliono scegliere, quelli che poi scappano in ufficio e non devono perdere un minuto, ordinano il pesce e intanto prendono la verdura al banco di fronte. Più tardi arriva chi non lavora, chi si dimentica, chi spera nel prezzo calato. Il prezzo del pesce cammina a gambero: più passa il tempo, più arretra. Antonietta conosce le formule della vendita: ‟Ce l’ho solo io” dice a un cliente che passa, ‟vieni che te lo regalo” dice a un altro.
Scopro che il mercato ha regole precise: davanti al banco non si parla di politica né di calcio, perché i clienti sono diversi e il segreto del commercio è la neutralità. ‟Servo il riccone e il poverello, accetto tutte le dottrine. Bisogna sorridere e i pensieri vanno lasciati a casa”. E, soprattutto, bisogna guardarsi dall’invidia. Il mercato non è strada, è piazza e le piazze sono cerchi dove le voci girano. Magari il mercato fosse strada, le strade sono rette e sulle rette si sta allineati, tutti ugualmente in fila, ma il mercato è circonferenza e si converge tutti verso il centro. L’invidia, Antonietta, la conosce e sta in guardia: ‟Se metti a lavare il baccalà alla fontanella, ti ci buttano il sapone sopra oppure te lo rubano”. E contro l’invidia scatta la solidarietà del gruppo: ‟Ci siamo messi a quest’angolo, buoni buoni, dal lato del caffè Sordini, siamo quattro banchi e non ci allarghiamo”.
È un lavoro di fatica e malelingue, però c’è il contatto col cliente, ‟vengono a servirsi qui Ricky Memphis e la famiglia Manfredi, il giudice De Cataldo e la moglie. Sono persone che potrebbero darsi tante arie e invece no. Uno che fa il giudice è uno che la gente la sa”.
Antonietta e Roberto servono persone famose e ristoranti in vista: Sora Lella, Senz’arte né parte (il ristorante di Memphis), Piperno, Tutti frutti, Vincenzo e Settimiana. Sì, nomi, però, a volte, i ricordi più belli te li danno quelli che un nome non ce l’hanno. Antonietta non se lo scorda: ‟Eravamo appena sposati e gli affari non andavano bene come adesso; due vecchietti tremolanti arrivano qui, li guardo bene e mi accorgo che piangono. Li avevano cacciati dagli altri banchi perché volevano mille lire di sarde. Sai che ho fatto? Le sarde gliele ho date gratis e in mezzo c’ho messo pure un merluzzo”.
Guardo Antonietta e penso che il bene che fai in qualche modo, imprevedibile e inaspettato, torna. È una donna che sa infilarsi nelle storie degli altri, alcune clienti vogliono essere servite da lei, ci tengono, dividono confidenze e caffè. ‟A volte mi confidano cose anche molto intime, però finisce lì, non ci si vede fuori dal banco. Fuori dal banco ci sono altre regole”. Non si mischia la casa col lavoro, questo è uno dei rari banchi dove la foto di famiglia non troneggia sull’insegna, sta in disparte, accanto al telefono. Antonietta me la fa vedere come fosse un segreto: nella foto i suoi cinque nipotini, ‟cinque perle” li chiama Antonietta, sono il frutto più prezioso che offre il mare.
Vorrei imparare anch’io a tenere separata casa e banco, custodire in una foto la gente che conta davvero e poterla guardare solo io e chi dico io. È così sottile il confine tra noi e la gente, così difficile da gestire. Mi rimetto nella fretta degli altri, che non mi tocca, non mi può toccare, non mi deve toccare.
Giulia Carcasi

Giulia Carcasi

Giulia Carcasi, nata nel 1984, è giornalista e scrittrice. Durante gli studi in Medicina ha esordito con Feltrinelli pubblicando il romanzo Ma le stelle quante sono (2005), a cui seguiranno Io sono di legno (2007, premio Zocca Giovani), Tutto torna (2010) e, nella collana digitale Zoom, Perché si dice addio (2012).

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