Non dipende dal kilt. Né dalle cornamuse. E nemmeno dal whisky. Non c’è bisogno di tirare fuori il folklore, la tradizione o la bevanda che li ha resi famosi nel mondo. Basta semplicemente prendere un taxi, sedersi sullo sgabello di un pub a chiacchierare col barman, chiedere un’informazione a un passante, per accorgersi che gli scozzesi sono differenti dagli inglesi. Più loquaci, calorosi, aperti; meno riservati, meno disciplinati, meno classisti. In altre parole, sembrano un altro popolo, come se il visitatore, superando per via di terra o dal cielo il vallo di Adriano, avesse effettivamente varcato la frontiera di un altro paese. Se le elezioni regionali del 3 maggio prossimo saranno vinte dallo Scottish National Party (Snp), come pronosticano gli ultimi rilevamenti, questa impressione potrebbe diventare realtà. Come primo e in sostanza unico punto del suo programma, il partito nazionalista promette infatti di indire un referendum sulla secessione della Scozia dalla Gran Bretagna: e un recente sondaggio sullo Scotsman, maggior quotidiano scozzese, prevede che nel referendum avrebbero la meglio i separatisti. ‟Sarebbe una follia, un disastro sia per l’Inghilterra che per la Scozia, che invece traggono entrambe enormi benefici dall’Unione”, avevo sentito dire qualche giorno or sono da Tony Blair nella sua conferenza stampa mensile a Downing street; ma quando un giornalista della Bbc gli ha chiesto come mai, se l’Unione è una così bella cosa, il 16 gennaio non ci sono state cerimonie, feste, fuochi d’artificio, per celebrare degnamente il trecentenario dell’unificazione tra Inghilterra e Scozia, il primo ministro non ha saputo rispondere con la sua abituale convinzione.
Ora una risposta la dà, qui a Edimburgo, Alex Salmond, da quindici anni leader dello Snp: ‟A Londra non hanno organizzato celebrazioni perché si sono resi conto che ben poca gente avrebbe partecipato, e non è saggio fare una festa quando non ci viene nessuno”. Contemporaneamente ai sondaggi che assegnano una maggioranza ai separatisti in Scozia, in effetti, ne è circolato uno in cui per la prima volta la maggior parte degli inglesi sostiene l’idea di dare un parlamento autonomo all’Inghilterra, anziché farsi rappresentare da quello britannico di Westminster. Un’idea a cui Blair, e anche l’opposizione conservatrice, si oppongono tenacemente, perché è evidente che se anche agli inglesi non basta più il parlamento nazionale, ma ne pretendono uno proprio, "inglese", andrebbe in frantumi il concetto di Regno "Unito". È come se, dopo aver combattuto secoli per conquistare, annettere e dominare la parte settentrionale dell’isola in cui vivono, di colpo gli inglesi si fossero stancati di possederla, esattamente come gli scozzesi sono stufi di essere posseduti. La ricetta ideale, apparentemente, per un divorzio indolore.
Per i nazionalisti scozzesi, l’indipendenza sarebbe il coronamento di un sogno durato un millennio. Com’è noto, gli antichi Romani rinunciarono ben presto a spingersi nel gelido, selvaggio territorio da loro chiamato Caledonia, colpiti dalla furiosa resistenza delle tribù celtiche che lo popolavano. Fino al 1057, quei clan vissero liberi, indisturbati e più o meno fedeli a un monarca scozzese, ma poco per volta l’appetito di Londra per il vicino settentrionale cominciò a crescere. Nel 1296 re Edoardo I invase la Scozia con un potente esercito, ma dovette ripiegare. Trai ribelli spiccava un popolano di nome William Wallace, detto "Braveheart": il personaggio ricreato dal film di Mel Gibson dallo stesso titolo si prende non poche licenze rispetto alla realtà, ma nella sostanza la sua storia è vera. Sconfisse ripetutamente gli inglesi, nonostante la loro schiacciante superiorità militare; venne infine catturato, grazie al tradimento di un nobile scozzese fedele a Edoardo I; fu atrocemente giustiziato, a Londra: impiccato, quindi squartato, la testa infilzata su un palo appuntito e posta sul London Bridge. Con la pietà dei vincitori, una lapide su un muro del St. Bartholomew’s Hospital, vicino a Smithfield, oggi sede di un grande mercato alimentare e un tempo luogo delle esecuzioni capitali, commemora tuttora le sue gesta. Ci vollero altri quattrocento anni perché l’indipendentismo scozzese venisse del tutto sedato: il 16 gennaio 1707, con l’Atto di Unificazione tra Inghilterra e Scozia, di fatto l’annessione della Scozia all’Inghilterra, l’evento di cui ricorreva nei giorni scorsi il trecentenario.
Alex Salmond, il leader del partito nazionalista scozzese, non è un novello "Braveheart": del leggendario William Wallace non ha il fisico, tantomeno i metodi. L’ultima volta che ha indossato il kilt, tradizionale gonnellino degli uomini scozzesi, visibile nelle vetrine di qualche negozio d’abbigliamento di Edimburgo e perfino sulle gambe di qualche barbuto signore, aveva quattro anni. La rivoluzione che sta tentando di portare a compimento è incruenta. Il suo esercito è composto di avvocati, economisti, strateghi delle comunicazioni. Il separatismo per cui Salmond si batte da una vita è diverso dai movimenti separatisti del resto del pianeta. Non ha motivi linguistici: il gaelico, l’antica lingua dei celti, è parlato soltanto da ottantamila dei cinque milioni di scozzesi odierni (non pochi inglesi ironizzano che basta l’accento a rendere lo scozzese ostico come una lingua straniera alle loro orecchie; sebbene alle mie orecchie di italiano la lingua di Sean Connery suoni più facilmente comprensibile di quella di Lawrence Olivier). Non ha motivi religiosi: la sola rivalità esistente tra la maggioranza protestante e la pur consistente minoranza cattolica degli scozzesi è oggi relegata sui campi di calcio, nei derby tra Celtic (cattolici) e Rangers (protestanti) di Glasgow. Né ha motivi etnici: per quanto inglesi e scozzesi amino sottolineare le proprie differenti radici storiche (e suonarsele a vicenda in occasione di qualche partita di calcio delle loro squadre "nazionali", Inghilterra e Scozia, preferibilmente dopo un po’ di pinte di birra all’uscita di un pub), non si sono mai registrati episodi di pulizia, intolleranza o discriminazione etnica.
L’onda del separatismo abilmente cavalcata dal leader dello Snp (e appoggiata, è il caso di sottolineare, da tutto l’arco dei partiti e partitini di sinistra, dai Verdi ai Socialisti ai Comunisti) ha due ragioni fondamentali. Una è che l’unificazione del 1707 privò la Scozia dell’indipendenza ma lasciò intatte le sue principali istituzioni: scuole e università scozzesi hanno un curriculum, esami e strutture proprie, il sistema legale scozzese ha codici e regolamenti differenti da quello inglese, così come persistono una chiesa indipendente e un distinto sistema locale di governo. Questo ha mantenuto viva, nonostante trecento anni di appartenenza alla Gran Bretagna, la sensazione di costituire una nazione separata; sensazione accresciuta, anziché spenta, dalla "devolution" introdotta da Blair nel 1999 con la creazione di un parlamento regionale scozzese. L’altra ragione è l’economia: come il nostro meridione, la Scozia è stata per secoli l’area depressa del Regno Unito. La crisi delle industrie tradizionali, tessile, acciaio, miniere, ha visto negli anni recenti l’ascesa di nuove tecnologie, finanza, Internet: ma il boom del blairismo ha lasciato la Scozia indietro rispetto all’Inghilterra. Uno studio di eminenti economisti scozzesi, politicamente imparziale, ha concluso che l’indipendenza potrebbe migliorare notevolmente il livello di vita della Scozia, facendone, dice uno degli autori, il professor David Simpson della Heriot-Watt University, ‟un’Irlanda o una Danimarca con in più il petrolio di una Norvegia” (la Scozia ha scoperto ricchi giacimenti lungo la costa del mare del Nord). L’idea di diventare una delle piccole nazioni felici d’Europa, dentro all’Unione Europea ma non necessariamente alla Nato, fa perciò gola a un popolo orgoglioso e operoso ma assuefatto ai sussidi pubblici di Londra, che hanno finito col creare (anche questo un parallelo col Sud italiano) una sorta di dipendenza dal denaro dello stato.
I crescenti consensi per la secessione hanno una terza motivazione: da un decennio la Scozia è fortemente laburista, e come buona parte del partito laburista è oggi stanca di Blair. Basterebbe sostituire Blair, e il favore per il secessionismo diminuirebbe anche tra gli scozzesi, suggeriscono vari politologi. Il problema è che Blair si dimetterà probabilmente entro l’estate, ma non prima delle elezioni scozzesi del 3 maggio, dunque se ne andrà quando lo Snp potrebbe avere già preso il potere a Edimburgo e avviato le procedure per un referendum sull’indipendenza; e comunque il suo successore designato, l’attuale ministro delle Finanze Gordon Brown, è il primo a mettere in guardia contro il pericolo del separatismo scozzese, definendolo ‟un rischio di balcanizzazione per la Gran Bretagna”, proprio perché, essendo scozzese, Brown non può permettersi di apparire una quinta colonna dei secessionisti a Dowing street.
Non è detto che uno scenario simile si realizzerà: lo Snp potrebbe non vincere le elezioni, oppure perdere il referendum sull’indipendenza, che comunque sembra verrebbe rinviato a un futuro più vago, entro i prossimi quattro anni. ‟Ma se la Scozia ottenesse l’indipendenza, l’evento sarebbe meno traumatico di quanto lo dipingono al momento Blair e Brown”, commenta lo storico scozzese Michael Fry, autore di The Union: England, Scotland and the Treaty of 1707. Non più traumatico dell’ultima secessione subita dalla Gran Bretagna, quella dell’Irlanda nel 1922; e dell’altra che si prospetta come inevitabile prima o poi, quella dell’Ulster, ovvero dell’Irlanda del Nord: ‟Con cinquantacinque milioni di abitanti e un costante flusso di immigrati, l’Inghilterra riguadagnerebbe in pochi anni i cinque milioni di scozzesi perduti, e avrebbe probabilmente migliori rapporti con una Scozia sovrana di quelli che ha oggi, così come è accaduto con l’Irlanda”, conclude Fry.
Di certo Edimburgo, col suo castello da cui si dominano splendide viuzze di ciottoli nel centro storico pullulante di studenti, verdi colline intonse appena al di là delle case e l’azzurro del mare sullo sfondo, sarebbe una capitale all’altezza delle più belle capitali d’Europa. E forse tornerebbe ad alimentare un nuovo "illuminismo scozzese", come nel diciottesimo secolo, quando i suoi grandi pensatori David Hume e Adam Smith si ritrovarono al centro della rivoluzione filosofica che attraversò l’Europa. Diceva Voltaire, con solo una punta di sarcasmo francese, che se uno voleva imparare qualsiasi cosa, dal giardinaggio alla filosofia, doveva andare a Edimburgo. Chissà che festa, in kilt, a ritmo di cornamuse e con fiumi di whisky, se un giorno ciò tornasse a essere vero.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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