In questo tenere il mitra nascosto nell’orto, nell’imperterrita simulazione di una guerra di classe travolta da ben altre guerre, c’è tutta la decrepitezza italiana. Vecchi, ecco quello che siamo, ecco quello che sommamente rivela anche questo improvviso rispuntare (unici in Europa) di brigatisti rossi. Più ancora della stupida ferocia ideologica, sgomenta la ripetizione sorda e cieca di percorsi stravisti, strasentiti, straconsumati, gli stessi stereotipi, gli stessi slogan del cucco, perfino le stesse antropologie.
Tanto che, rifatto oggi, il discorso dell’"album di famiglia" richiederebbe uno sforzo micidiale, quasi inumano: ricordarsi di cose, di facce, di fatti, di parole di trenta quaranta cinquanta anni fa, con una sensazione soffocante di baule, di luogo chiuso, di stagnazione psicotica dei pensieri e dei sentimenti. Altrove, nel frattempo, la rabbia e il dolore si sono aggiornati, si è aggiornata perfino la stupidità, si odia e si muore per cose che attengono al vivo pulsare del presente. Tra le banlieu di Parigi in fiamme o l’Iraq o la Palestina, e questi qui che nel loro baretto con la loro birretta progettano il loro soviet privato, c’è la differenza che separa i vivi dai morti.

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