Si pensa a Daniele Mastrogiacomo nelle mani dei suoi rapitori, ci si chiede che significato può avere per dei guerriglieri afgani la parola "informazione". Quale valore può avere, sotto quelle tende, a quelle latitudini, l’etica professionale di una persona occidentale che rischia la vita per raccogliere notizie, parole, opinioni. Per raccontare una guerra. Per fare un mestiere importante e difficile. E la parola "globalizzazione" perde molto del suo peso di fronte al cortocircuito tra la cultura e le intenzioni di un uomo inerme, e la cultura e le intenzioni di un esercito tribale. La difficoltà di trovare parole comuni, possibilmente parole giuste, in un mondo che si crede "globale" ma lo è solamente per le merci, pochissimo per gli uomini, è il problema più grande. Noi che aspettiamo Daniele come si aspetta un amico, e un pezzo del nostro sentimento civile, ci chiediamo con trepidazione quali sono le parole per farsi capire, per farsi rispettare e per dimostrare rispetto. Anche quando Daniele sarà tornato, l’abissale distanza tra linguaggi e convinzioni, bisogni e speranze di popoli e culture differenti, sarà il baratro dentro il quale si può sempre sprofondare. Le guerre servono per allargare quel baratro, che i giornalisti come Daniele percorrono camminando sul filo del proprio mestiere.

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