Nella indomabile caparbietà dell’autodifesa di Anna Maria Franzoni, colpisce il continuo richiamo alla famiglia, alla sua unità, quasi alla sua non-accusabilità: come se la famiglia, in quanto famiglia, non potesse essere sede del male. Si capisce la tragedia di una madre condannata per avere ucciso il figlio in uno di quei raptus, rari ma non rarissimi, che ogni tanto annientano le madri atterrite dal peso (grande) della maternità. Ma l’ideologia (perché di questo si tratta) non aiuta a capire se stessi, né a sciogliere il dolore, né a sopravvivere al sentimento della colpa. Nel corso del pietoso squadernamento, durato anni, di un caso giudiziario ormai sfigurato dall’accanimento televisivo, raramente si è udita una voce che aiutasse l’unica imputata e l’unica sospettata a uscire, insieme ai familiari, da un doppio incubo: quello di avere perduto un figlio e quello di non essere stata all’altezza della Famiglia, quella perfetta e sacramentale, protettiva e ammirevole che tutti vorrebbero avere, ma pochissimi riescono a inventare. Il sogno di una famiglia perfetta, senza opacità, senza incomprensioni, senza scatti di nervi, ha per altro qualcosa di impraticabile e perfino di malsano. Dovere essere sempre all’altezza della perfezione è una delle prime cause della infelicità umana.

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