Il 25-26 giugno dell'anno scorso si votò sullo stravolgimento della Costituzione tentato dal centrodestra. Fu grande e convinta la mobilitazione popolare. La stragrande maggioranza del popolo italiano respinse quella legge, dando prova di tutta la sua maturità democratica, di quanta virtù repubblicana si sia radicata in Italia 60 anni dopo il 2 giugno 1946. Non si sa dove fossero, quel giorno, i presidenti dei gruppi parlamentari di centrosinistra, e non interessa neanche sapere come abbiano votato. Quel che risulta, invece, è che, nella migliore delle ipotesi, di quel referendum hanno dimenticato il risultato. Sembrerebbe impensabile. Ma dai giornali si è appreso che hanno concordato una legge elettorale che implicherebbe l'indicazione del ‟capo-coalizione”, candidato alla carica di presidente del consiglio. Sicché il voto a un partito, o a una coalizione, si tradurrebbe esplicitamente in investitura a ‟capo del governo” cui si vorrebbero dare anche più poteri. Ma il 25-26 giugno non si votò contro il premierato assoluto, contro quella che chiamai monocrazia? Il 25-26 giugno il corpo elettorale non riconfermò e rilegittimò la democrazia parlamentare? È possibile che non si sappia che in queste forme di governo si vota per eleggere i membri del Parlamento, i rappresentanti del paese nel suo organo rappresentativo? Pensare, credere, affermare che si vota per una maggioranza, un governo e un capo del governo è o un falso, una mistificazione, o una bestialità. O, peggio, è un modo truffaldino di trasformare il sistema parlamentare in un presidenzialismo mostruoso, perché non limitato, non temperato. Sempre dai giornali, si deduce anche che la legge elettorale cui si mira si ispirerebbe a quella in vigore per l'elezione dei consigli regionali. Il che conferma esattamente l'intento elusivo del voto popolare che ispira il progetto di ‟riforma” elettorale, visto che la forma di governo regionale è stata definita dalla Corte costituzionale come non inquadrabile tra quelle parlamentari. Ma il sistema elettorale che si vorrebbe introdurre nasconde una potenzialità paradossale. Quella di produrre effetti opposti a quelli che si ripromettono i proponenti. È certamente di tipo proporzionalistco, ma se fosse basata su circoscrizioni elettorali con un limitato numero di seggi, produrrebbe effetti maggioritari, di esclusione drastica delle formazioni minori. Un solo emendamento a una legge elettorale, o una leggina con un solo articolo, volto a stabilire che a ciascun collegio possono essere assegnati non più di tre seggi o quattro seggi e l'effetto proporzionale scomparirebbe d'incanto. E c'è un effetto paradossale ulteriore. Il sistema elettorale escogitato, se applicato per l'elezione della Camera e per quella del Senato, potrebbe produrre l'effetto di due solide maggioranze in ambedue i rami del Palamento, ma di opposto colore, una di centrosinistra, l'altra di centrodestra. È eccessivo chiedere un po' di riflessione sulla qualità delle riforme? È da estremisti chiedere di rispetto per la volontà del popolo italiano?
Gianni Ferrara

Gianni Ferrara

Giovanni Cesare Ferrara (1929) ha insegnato Diritto pubblico generale, Diritto costituzionale comparato e Diritto costituzionale alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università La Sapienza di Roma. Eletto deputato nel 1983 e nel 1987, ha fatto parte della commissione Affari costituzionali in ambedue le legislature. Nel 1992 rinuncia alla ricandidatura per riprendere l’attività di ricerca e di insegnamento. Collaboratore delle più importanti riviste di diritto e autore di numerosi saggi, ha fondato e dirige la rivista on line ‟Costituzionalismo”. È tra i firmatari del referendum sulla Costituzione. Con Feltrinelli ha pubblicato La Costituzione (2006).

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