Sensazioni forti sulla Stampa di ieri. Un editoriale di Marcello Pera mette in guardia contro "Il rischio clericale", e si sussulta già davanti all’edicola. Ma come? Il capo spirituale degli atei devoti che si batte contro se stesso? Bisogna aspettare parecchi capoversi per svelare il mistero: Pera spiega che la colpa del dilagante clericalismo è dei laici, perché non si sono battuti come dovevano "per il risveglio religioso delle coscienze" e "del cristianesimo come religione civile". Perché "senza una religione o una fede neppure c’è un popolo". Dunque, se abbiamo ben capito, se l’Italia pullula di preti che ci spiegano anche come farcire lo strudel, la colpa è dei laici che, oltre a farcire malissimo gli strudel, non si battono per i valori religiosi (al posto dei preti). L’obiezione sarebbe: ma scusi, Pera, perché mai un non credente dovrebbe battersi per la Chiesa? Forse che si richiede a un monarchico di festeggiare il 14 luglio? O a un libertino di predicare la castità? Mi rendo conto, però, che è un’obiezione da anima semplice, quale in fondo io sono. La strategia di Pera è raffinata e vincente: il solo modo per arginare il Papato è diventare Papa. Io non saprei da che parte cominciare, ma Pera può farcela. Sarebbe il primo papa non credente, per il quale Dio è un dettaglio, quello che conta sono gli ordini impartiti in nome suo. Chi avesse difficoltà a obbedire a Pera, come potrà esimersi di obbedire a Dio?

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