C’era una volta, fino a due giorni fa, il blairismo. Da ieri, in Gran Bretagna, al suo posto è apparsa una nuova ideologia: il brownismo. Neanche ventiquattr’ore dopo le dimissioni di Tony Blair, il suo erede designato Gordon Brown si presenta alla nazione con la promessa di un mutamento radicale. Sull’Iraq, per cominciare: ammettendo che ci sono stati «errori» e che la guerra necessita «nuove priorità». Poi sul resto: restituendo più poteri al parlamento, varando un nuovo codice etico per il governo, ristabilendo la priorità della sostanza sulla forma. «Non credo che la politica sia una questione di celebrità», dice il primo ministro in pectore. «Non credo che il modo in cui viene presentato un programma possa sostituire il programma. Voglio un governo abbastanza umile da ascoltare e imparare». Non ci vuole molto per capire a chi allude: agli "spin-master", i persuasori occulti che hanno impacchettato abilmente per anni il messaggio del suo predecessore; a Blair medesimo, comunicatore capace di convincere tutti a parole, meno talvolta coi fatti; e anche a David Cameron, il giovane, telegenico leader dei conservatori, un «clone» di Blair, sempre attento a come si presenta in pubblico, dalla bicicletta per sembrare ecologico al maglioncino per avere un’aria casual. E’come se il Regno Unito, per un po’, avesse due premier. Quello uscente, Tony Blair, inizia il suo tour d’addio a Parigi, salutando Chirac e Sarkozy; e riceve una calorosa lettera da Romano Prodi: «Hai segnato un’epoca nella nostra storia, i tuoi sono stati anni di grandi aspettative e speranze, talvolta abbiamo avuto visioni diverse ma anche in quei casi sempre nel rispetto delle posizioni reciproche», gli scrive il nostro presidente del Consiglio. Quello entrante, nel frattempo, volta pagina. Annunciando ufficialmente la sua candidatura alla leadership del Labour e alla guida del paese (che assumerà il 27 giugno), Brown, ministro delle Finanze da dieci anni, avverte che proseguirà sulla strada della modernizzazione della sinistra («Ho fondato il New Labour insieme a Tony e vado avanti»), ma cambierà stile e in certa misura anche contenuti sui punti dolenti che hanno fatto perdere consensi a Blair. «Riconosco che sono stati commessi errori», dice riguardo alla guerra in Iraq; e pur senza parlare già di ritiro delle truppe afferma che serve «un cambiamento di priorità, dobbiamo concentrarci sulla riconciliazione politica e sullo sviluppo economico, fare di più per vincere la battaglia delle menti e dei cuori contro il terrorismo di al Qaeda». Ossia usare propaganda e aiuti economici, più che le armi. Anche il resto del suo discorso è una significativa presa di distanze dal blairismo. Più poteri al parlamento «in materia di guerra e pace»: basta, dunque, con lo stile «presidenziale» alla Blair. Nuovo codice etico: basta con episodi di corruzione come lo scandalo «seggi da Lord in cambio di soldi». E in generale un ritorno alla politica come missione, come cosa seria. Beninteso, è una maniera di sfruttare la propria debolezza: Brown sa di non avere il carisma e la simpatia immediata di Blair. Ma è anche una scelta strategica: dopo essere stati governati per un decennio da un maestro della comunicazione, gli inglesi potrebbero desiderare qualcosa di diverso, un leader più genuino, normale, simile a loro. Uno come lui, figlio di un pastore protestante; non certo come il conservatore Cameron, uscito da Eton, Oxford e dalle agenzie di pubblicità, suo futuro sfidante alle elezioni del 2009. «Sono felice di dare il mio pieno sostegno a Gordon», ha detto ieri Blair appoggiando ufficialmente la candidatura di Brown a suo erede. Ma l’erede, nel frattempo, ha cambiato rotta. Bye-bye blairismo, hello brownismo, allora: in Gran Bretagna è l’alba di una nuova era.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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