Provo a mettermi nei panni di una persona che ha perduto la famiglia in un lager nazista. E che si ritrova davanti un tizio (lo storico francese Faurisson) che nega l’Olocausto. Non credo che riuscirei a tenere i nervi a posto. Il negazionismo è la peggiore delle violenze: la più efferata, la più ripugnante. Peggiore perfino dell’esaltazione del nazismo: se uno ti dice "ha fatto bene Hitler a sterminare i tuoi genitori" è un miserabile, ma ti concede almeno di combatterlo sul terreno della realtà storica: non nega il tuo lutto, anche se fa sue le ragioni degli assassini. Ma se uno ti dice: il tuo lutto non esiste, non è mai avvenuto, dunque non è neppure degno di giudizio, allora c’è da perdere il lume della ragione. Chi ha invitato in Italia Faurisson, nel nome di pretese ragioni "di studio", e oggi accusa la stampa di avere "montato il caso", è un puro sobillatore di violenza. Chiunque odia gli ebrei abbia almeno il torvo coraggio necessario per festeggiare i lager. Si stampi la svastica in fronte e faccia il nazista, come purtroppo capita. Ma organizzare sedicenti convegni o corsi nei quali si sostiene che l’Olocausto è "una menzogna storica", significa versare sulle piaghe del genocidio l’acido della vigliaccheria.

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