La confusione sotto il sole dev’essere davvero grande se un pm italiano ha scelto di rinviare a giudizio per "diffamazione dell’Islam" Renzo Guolo, uno dei pochi studiosi e divulgatori in grado di diradare almeno un poco la nostra ignoranza sul mondo musulmano. Il reato, già in sé grevemente inquisitorio come tutti i reati di opinione, è paradossalmente addossato a chi si adopera per capire e non certo per offendere.
Non sono, questi, argomenti sui quali possiamo consentirci il lusso dell’equivoco. La violenza dei fanatici, l’odiosa prepotenza di ogni genere di integralismo religioso, adoperano un mirino rozzo e insieme molto largo. Tanto da farci presumere che non solo la nostra libertà, ma anche quella dei nostri figli dovrà fare i conti con la minaccia di imprecisate "autorità religiose" che emettono sentenze di morte e armano sicari. E dunque, solidarietà totale a Guolo, e massima cura nel difendere i princìpi di libertà e di laicità. E una domanda, che non riguarda il caso di Guolo ma riguarda, eccome, il nostro ordinamento giudiziario: poiché non esiste il reato di "diffamazione della laicità" (e dire che ci sarebbe ampia materia…), perché mai deve continuare a esistere quello di vilipendio di questa o quella religione?

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