L’oscena seduta del Senato che ha portato in salvo il governo non ha portato in salvo la politica. L’opposizione - che pure qualche buona ragione da spendere l’avrebbe anche avuta - si è comportata come un bivacco di isterici. La maggioranza - che pure qualche torto da riconoscere l’avrebbe avuto - ha vinto con la tattica del punching-ball: mai visto un incassatore formidabile come il governo Prodi. Mentre i leghisti davano del padrino a Visco, dimenticandosi la loro ormai formidabile collezione di alleati-padrini, alcuni dei quali anche tecnicamente tali in quanto inquisiti per mafia, e mentre i berlusconiani riscoprivano un comico amore per la Guardia di Finanza e le istituzioni svillaneggiati per anni, una maggioranza inesistente sotto il profilo della lealtà reciproca si ricompattava solamente in virtù della ripugnante volgarità politica dell’avversario: vedendo le facce e sentendo le urla di questo centrodestra, perfino il meno motivato e il più sfiduciato dei senatori di governo si sarebbe trascinato fino all’urna per deporre il suo "sì". Quanto agli elettori, un eventuale incerto che avesse voluto affidare a quel Senato, e a quella seduta in particolare, la scelta del proprio futuro orientamento politico, si sarebbe messo le mani nei capelli e avrebbe chiesto se non esiste, per caso, la possibilità di votare all’estero.

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