Il culto garibaldino, nell’Italietta regia, poi fascista, poi repubblicana, è sempre stato unanime, popolare e innocuo. La retorica trombona dei sussidiari scolastici si sposava felicemente con le simpatie molto "basic" di maestri di scuola, autorità maggiori e minori, uffici del turismo, incisori di lapidi e targhe. E a sei anni, da bravo scolaro col grembiule e il fiocco, cantavo a memoria "Garibaldi fufferito" convinto che Garibaldi fosse il nome e Fufferito il cognome. Nessuno si chiedeva se Garibaldi fosse di destra o di sinistra, e se di sinistra quale, antagonista o governativa. Garibaldi era come i maccheroni o la Madunina o la Loren o Bartali e Coppi, uno scorcio indiscusso del paesaggio nazionale. Ma in questo paese ci dev’essere, evidentemente, un impedimento congenito ad archiviare qualunque pratica. Grazie al puntuto zelo di neo-autonomisti di vallata e di borgo (isole comprese), lo schiamazzo antigaribaldino oggi si aggiunge alle migliaia di pratiche inevase, di episodi contestati, di storie e storielle riscritte e indigerite. C’è sempre uno più cazzuto degli altri che si alza, e col ditino puntato ci spiega che non è vero questo e non è vero neanche quell’altro, ripercorrendo a ritroso il tappeto polveroso e tarlato della nostra faticosa vicenda nazionale. Esplorata ogni possibile lite sul Novecento, ci si butta sull’Ottocento. Il futuro può attendere, prima c’è da litigare sulla barba dei bisnonni, sull’onorabilità delle trisnonne.

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