Non so se sia piccolo o grande il pericolo rappresentato dal neo-terrorismo rosso italiano. Ma è certamente grande, e penosa, la sensazione di decrepitezza che promana dagli ambienti sotto inchiesta, che paiono il remake di vecchissimi film di insuccesso. Una superbia ideologica un tempo smagliante e paurosa ridotta a una muffita parodia, con la stracca ripetizione di giaculatorie socio-politiche che hanno lo stesso detestabile effetto del fanatismo religioso. E certi centri sociali che paiono le madrasse di una religione distrutta, ma ancora in grado di impartire lezioncine di purezza e di santità al resto del mondo. Lo scrittore inglese Martin Amis, riferendosi al terrorismo islamico, ha giustamente tirato in ballo la categoria della "noia". Niente è più noioso del fanatismo, perché niente è più noioso (dopo tre o quattro millenni di storia e di cultura) che doverci confrontare, nostro malgrado, con la categoria della Verità Assoluta. Il fanatico, il violento, il terrorista è prima di tutto un discepolo della Verità. Uno che ha smesso di cercare, di dubitare, di pensare, e ritiene di dovere riordinare il mondo secondo la sua paranoica necessità di Ordine. Chi parla nel nome della Verità è un nemico dell’umanità. Se la sua arma è piccola, spargerà poco sangue. Se è grande, molto sangue.

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