Più candidati ci saranno alle primarie del Partito democratico, più le suddette saranno elezioni vere, e più autorevoli risulteranno tanto il leader vincitore quanto un partito finalmente espressione dei suoi elettori. Così pensavo, da quel sempliciotto della politica che sono. Ma evidentemente mi sbagliavo. Liste e candidati svaniscono, secondo un criterio "unitario" che a me pare ispirato, tanto per cambiare, soprattutto da esigenze interne: assetti ed equilibri che cercano di preservare le singole carriere politiche, e trascurano il forte desiderio degli elettori di evitare plebisciti e scegliere per davvero, e tra possibilità diverse. È comprensibile che parecchi leader si stiano tirando indietro perché sanno che Veltroni sarà più votato di loro. Comprensibile, ma non giustificabile, perché a uscirne indebolito sarà il campo dei concorrenti e lo stesso Pd, e perché gli accordi e le alleanze sarebbe molto meglio farli dopo il voto, quando ognuno saprà su quanto potere contare, e non prima, quando ognuno si sente in diritto di avanzare pretese prive di un’investitura elettorale di nuovo tipo come quella indicata. Spiace dirlo, ma dopo la convincente pagina torinese di Veltroni, la parola sembra essere tornata nel chiuso delle solite stanze. Si ricordino, per cortesia, che il loro potere è sotto giudizio. Mai come ora.

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