‟Rischiamo di sparire perché siamo un piccolo partito, ma per noi è più importante fare gli interessi del Paese”. Sono parole di Antonio Di Pietro, uno dei pochissimi leader politici impegnati nella battaglia referendaria. Siamo così abituati a ragionare sui secondi fini, sugli scopi reconditi, sulle manovre astute, che subito cerchiamo di scoprire nelle parole di Di Pietro, per riflesso condizionato, dove sta la trappola. Possibile che un capo di partito voglia davvero anteporre gli interessi generali alla sopravvivenza del suo particolare? Che cosa gli avranno offerto, che lui sa e noi non sappiamo? Quali vie d´uscita avrà già escogitato? Quali furbizie e quali calcoli ci saranno, dietro le sue parole? Poi ci rendiamo conto, quasi con angoscia, che non siamo più capaci di una lettura ingenua (nel senso migliore del termine) di quello che ci circonda. Che non siamo più pronti ad accettare, nella politica e ovunque, quel tanto o quel poco di disinteressato e generoso che ancora c´è, che ancora accade. Oggi facendo torto a Di Pietro, ieri e domani a un altro: ma facendo torto soprattutto a noi stessi, perché ragionando con questo perenne affanno decifratorio, questo sospetto ammorbante, intorbidiamo prima di tutto la nostra coscienza. E dunque: io credo a Di Pietro. Credo che si stia impegnando per una causa giusta anche se a scapito del proprio partito.

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