Spero di non essere mai indagato per un omicidio. Perché in breve tempo moltiplicherei i miei capi di imputazione, uccidendo uno per uno gli inviati dei telegiornali e i paparazzi e i cameramen che mi aspettano fuori dal tribunale. Il diritto di cronaca non può prevedere un supplizio del genere, né il dovere di cronaca può far sì che un nugolo di brava gente che lavora si trasformi in una muta di cani che bracca l’imputato o il testimone di turno con quell’accanimento e quella ferocia. I servizi di telegiornale di questi giorni sono molto simili a una caccia alla volpe. Se il ragazzo sotto accusa è colpevole, non lo sapremo certo perché una raffica di microfoni e telecamere lo ha inchiodato al suo crimine. Se è innocente, il vergognoso accanimento nei suoi confronti è un supplizio atroce, che moltiplica la sua faccia per gli anni a venire in un’icona del sospetto, la consegna agli archivi come la faccia di uno che "chissà che cosa ha fatto". Non mi piace, né come pubblico né come giornalista, che un crimine diventi uno spettacolaccio cinico e fragoroso, che si speculi sullo sgomento e la curiosità della folla sterminata che si abbevera di quel sangue. Cambio canale ad ogni minimo accenno al delitto di Garlasco, non voglio sentirmi complice pure io, non voglio dover riconoscere su un treno o in un autogrill, tra quale mese o anno, una delle facce usate per imbastire lo show.

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