Se anche la legalità e il liberismo diventano di sinistra - si chiedeva l’altro giorno Gramellini sulla "Stampa" - che cosa rimane alla povera destra di questo Paese? Forse Lele Mora e la Brambilla? La domanda è spiritosa ma cruciale. E folgorante. Perché getta una luce spietata sull’annaspante confusione della sinistra, che cerca ansiosamente nuovi attaccapanni ai quali appendere i suoi vecchi impermeabili. Ma inquadra, al tempo stesso, una cosa molto meno detta e meno discussa: la penosa mutazione della destra. I cui capisaldi politici e culturali sarebbero la legge e l’ordine, il decoro sociale, la disciplina, il senso dello Stato (vedi Sarkozy, vedi tutte le destre moderate della galassia). E invece è diventata soprattutto un coacervo anarcoide, sregolato, antistatale, vitalista e pseudo-dandy, di fatto sdoganando ogni eccesso individuale purché porti successo e quattrini. Berlusconi voleva distruggere la sinistra, ma a conti fatti ha solo squinternato la destra. L’ha snaturata, ribaltando gli antichi presupposti dei padri conservatori per i quali il rispetto delle regole e la compunzione borghese erano tutto o quasi. E’ come se l’avesse smidollata, levandole dalla spina dorsale la sua linfa culturale e sostituendola con la crapula dei consumi, la televisione imbonitrice e decerebrata, modelli sociali pacchiani e aggressivi ancorché vacui. Sotto l’adrenalina, niente.

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