Non capita spesso che un grande imprenditore venga celebrato come un eroe dal movimento ambientalista. Ma l’annuncio della morte di Anita Roddick, l’inglese di origine italiane fondatrice della catena internazionale di cosmetica "alternativa" Body Shop, scomparsa ieri a 64 anni, ha suscitato il cordoglio unanime di organizzazioni ecologiste, leader politici e grande business. ‟Anita anticipò i tempi, sostenendo da decenni la difesa dell’ambiente e spingendo poco per volta altre aziende a fare altrettanto”, ha detto John Sauven, direttore di Greenpeace. ‟Era un faro per l’ambientalismo planetario”, gli ha fatto eco Tony Jupiter, direttore di Friends of the Earth, ricordando il soprannome che si era guadagnata, "the green queen", la regina verde. ‟Sarà ricordata per la sua grande campagna in difesa della terra, ma anche come grande innovatrice in campo economico ed esempio per tutte le donne che lavorano”, è stato il commento del premier Gordon Brown. ‟Non è esagerato sostenere che ha cambiato il mondo del business con le sue campagne per una maggiore responsabilità sociale e ambientale”, ha concluso Adrian Bellamy, attuale presidente del gruppo Body Shop. E la notizia della sua morte ha dominato le prime pagine dei giornali britannici. Per tutti, questa figlia di immigrati ebrei italiani (era nata a Littlehampton, nel 1942) è stata insomma un modello di come il successo negli affari può convivere con una coscienza pulita e con l’attenzione per i problemi del pianeta. E che successo fu il suo. Anita Perrella, questo il cognome da ragazza, aveva provato a gestire dapprima un negozio di cornici, quindi un albergo, infine un ristorante. Poi, nel 1976, ebbe l’idea di aprire insieme al marito Gordon un negozio di prodotti di bellezza naturali. Il nome era vagamente ammiccante: The Body Shop, il negozio del corpo. I colori dell’insegna, dell’arredamento, dei prodotti, erano sgargianti. E l’idea rivoluzionaria consisteva nel creare un luogo che fosse l’opposto dei grandi saloni di cosmetica dell’epoca: una "profumeria alternativa", come la definiremmo noi italiani, in grado di comunicare un certo spirito etico, con creme, deodoranti, profumi ricavati da prodotti "naturali", simboli di uno spirito diverso, di una filosofia del corpo. L’idea funzionò. Dieci anni dopo era difficile trovare una cittadina britannica che non avesse almeno un negozio della Body Shop nelle sue vie del centro. Alle soglie del Duemila, la catena di Anita era diventata un successo planetario: 2 mila punti vendita in 51 paesi con più di 77 milioni di clienti. "Dama" Roddick, insignita di un’onorificenza dalla regina, non si è però fermata ai soldi: ha trasformato i suoi negozi in vetrine per le sue campagne, prima fra tutte quella contro la sperimentazione sugli animali, raccogliendo quattro milioni di firme e riuscendo a far modificare la legge in questione. Poi ha investito e donato milioni di sterline per costruire una rete di commercio etico ed eco-sostenibile, battendosi perché questi criteri fossero adottati anche in altri business. Credeva in Tony Blair, era uno dei volti della "Cool Britannia", la nuova Gran Bretagna, progressista e alla moda, dell’ultimo decennio. Nel 2006, venduta la Body Shop all’Oreal per 957 milioni di euro, ha continuato con le attività filantropiche. Diceva: ‟Non voglio morire ricca”.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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