"Sono i soldi a rappresentare la libertà", ha detto Flavio Briatore nella prestigiosa sede del circolo romano di Marcello Dell’Utri. Sicuramente Briatore lo ignora, ma la sua visione del mondo è puramente marxista: solo chi è libero dai bisogni materiali può dirsi davvero libero, il resto sono pietose ciance messe in giro dai ricchi per far credere ai poveri di poter essere felici anche con la pancia vuota. (La mia sintesi è un po’ rozza, ma è per farmi capire anche ai box della Renault). La gongolante boria con la quale i nuovi ricchi esultano in cima alla loro catasta di quattrini è, del resto, un inedito storico: prima un velo di ipocrisia o pietismo (o addirittura di buon gusto) cercava di rendere non troppo offensive le sperequazioni sociali, oggi i Briatore ti sventolano sulla faccia un ventaglio di banconote e ti dicono ridendo "guarda qui che roba, urca quanti quattrini che ho!". Non è detto che sia un male. Il tanto desiderato disvelamento della cruda realtà dei rapporti umani, vanamente inseguito dai marxisti per quasi due secoli, ora può finalmente dirsi avvenuto grazie a Flavio Briatore. Sentendosi dire da un ricco (finalmente!) che "solo i soldi danno la libertà", qualche miliardo di poveri potrà finalmente porsi la domanda cruciale: se non possiamo diventare anche noi team-manager di Formula Uno, perché cavolo tenere in piedi una società così di merda?

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