La vera sostanza del putiferio innescato dal Vaffa-Day è una specie di "lotta di classe" mediatica. Da un lato i media tradizionali, giornali e televisione, dall’altro internet che reclama per sé il ruolo che un tempo fu della democrazia di base e dell’assemblearismo. I vari movimenti del tempo che fu, con molte buone ragioni, cercarono disperatamente di auto-rappresentarsi, convinti che finire nelle fauci dei media equivalesse a perdere l’anima e a snaturarsi: come inesorabilmente avvenne quando interi mondi e modi "alternativi" diventarono materia ordinaria delle inchiestine sociologiche dei settimanali, e perfino gli indiani metropolitani piacquero tanto al "Corriere" perché prendevano per i fondelli i comunisti e il sindacato. Non conquistarono le praterie, ma via Solferino sì.
Ora tutto è molto più accelerato, gli umori della Rete e le parole che circolano sui blog sono da tempo materia delle inchieste di montaggio (un’opinione qui, un parere là, una polemica di mezzo), a pieno titolo dentro la routine del bla-bla quotidiano. Dopo Grillo il processo ha avuto un’accelerazione paurosa, la piazza virtuale è stata in tutti i modi intercettata e rappresentata, Grillo è tornato "obtorto collo" in televisione perché il diritto di cronaca è più potente delle sue scelte d’artista, e adesso anche la casalinga di Voghera sa che cosa è un blog e forse ne aprirà presto uno. E il cerchio sarà nuovamente chiuso.

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