Si riparla dei Vicerè (il romanzo di De Roberto e il film che ne ha tratto Roberto Faenza) e se ne riparla molto a proposito. Lo ha fatto ieri Mario Pirani su questo giornale, domandandosi se il film sia stato escluso dalla Festa del cinema di Roma per la sua potente vena anticlericale. Lo ha fatto domenica l' ottimo "Per un pugno di libri"(Rai tre) sottolineando la grandezza del libro di De Roberto, poco studiato a scuola pur essendo uno dei pochi veri classici della nostra letteratura. Al dubbio che libro e film paghino pegno a causa del ruolo eticamente ottundente che assegnano alla Chiesa nella storia italiana, aggiungiamone un altro. La tesi del romanzo, svolta con amarissima efficacia, è che al di là delle debolezze e delle miserie di questa o quella classe dirigente, la ragione profonda del nostro ritardo civile risieda nel cinismo trasformista del corpo sociale preso nel suo insieme ("Franza o Spagna purché se magna", dice l' adagio). Non la Casta, ma uno spirito pubblico compromissorio, vile e arrivista svolge il ruolo del "cattivo": già nel 1894. E questa è una tesi molto impopolare in un Paese che ama collezionare capri espiatori piuttosto che guardarsi dentro. Il dubbio è dunque che i "Vicerè" abbia vita difficile non tanto perché anticlericale, quanto perché antitaliano. O meglio: troppo dolorosamente italiano.

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