Ci sia o non ci sia la campagna elettorale, Berlusconi ha deciso di farla comunque. Lui è così: la realtà è comunque una proiezione dei propri sogni ("niente è come sembra", canta Battiato), e dunque l’editto bulgaro non c’è mai stato, il governo cadrà stasera all’ora di cena, la campagna elettorale è già in corso e i sondaggi lo danno imperatore delle galassie e vincente al festival di Sanremo. Passando dalle ovazioni degli arditi di Storace alle preghiere alla mamma, dalle vecchie nenie contro i giudici comunisti alle perorazioni per il povero Dell’Utri, il capo dei moderati (~) ripropone pari pari il suo repertorio, con la variante eroica del "solo contro tutti", anche contro i suoi alleati, nel rifiutare qualunque trattativa sulla riforma elettorale. Lo si rivede transitare da tutti i tigì come ai vecchi tempi, stesso entusiasmo stessa pettinatura, e si avverte che la novità non sta in lui (e come potrebbe), ma in noi. Lo osserviamo inerti, continuando tranquillamente il pasto serale (un tempo il bicchiere o la forchetta si fermavano a mezz’asta per lo sgomento), e ci rendiamo conto di esserci perfettamente abituati. Abituati alle sue barzellette, ai suoi amici fascisti, al suo gongolante autocompiacimento, insomma a lui. Questo da un lato la dice lunga sulla nostra resistenza ai traumi. Dall’altro, sulla nostra sconfitta. Ci ha presi per sfinimento.

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